Scritto da Federico Guido

Partiamo da una curiosità: sapevi che esiste un’altra Marta Frei pittrice e artista?

No, non lo sapevo!

Con lei condividi nome e cognome ma ovviamente non siete parenti e tantomeno provenite dalla stessa zona dato che lei è slovena. Tu invece sei partita dalla provincia di Cosenza e da lì, passando per tante tappe intermedie, sei arrivata a Milano: il trasferimento, il viaggio e l’allontanamento da casa hanno influito su di te come persona e, in seconda battuta, sul tuo percorso di crescita come artista?

Vivo ormai a Milano da tre anni e mi trovo bene ma penso che, per quanto mi piaccia la città, appena finita la laurea triennale all’Accademia delle Belle Arti di Brera non rimarrò qui. Prima avevo già vissuto al Nord Italia e per la precisione a Venezia che, pur rappresentando un mondo a sé, mi aveva già fatto capire come quassù le cose siano diverse. Qui hai molte più opportunità, più chance di crescita e più spazio. Anche al sud puoi emergere ma in pochi ce la fanno e molto dipende da dove vuoi arrivare e da che ambizioni hai. Io ho subito capito che quello non era il posto adatto per me e mi serviva altro. Milano in questo senso dà molte possibilità in più anche rispetto ad altre grandi o comunque rinomate città italiane come Torino, Verona o Bologna. Per quanto riguarda poi il cambiamento sono dell’idea che tutto ci tocca e tutto ci trasforma però su di me dico che questi spostamenti più che avermi trasformato mi hanno aiutato a capire delle cose e, a livello lavorativo, a scoprire attività differenti. Dipende dai casi, ma credo che le persone siano in grado di trasformarti più dei luoghi.

A questo proposito, c’è stato un incontro che più di tutti è stato fondamentale sia sul piano personale che professionale?

A livello personale, a parte alcuni amici, ci sono in particolare due persone che mi hanno aiutato a portare avanti la mia linea pittorica, a sviluppare dei concetti e a vedere le cose in un determinato modo. Loro li ho proprio amati ma preferisco non nominarli direttamente. In campo lavorativo, al contrario di quanto detto poco fa, sono stati più importanti i luoghi. Venezia, ad esempio, è un posto che, grazie a manifestazioni come la Biennale e agli stimoli architettonici e artistici che propone, mi ha aiutato tanto nello stare a stretto contatto e conoscere sia opere che artisti di tutto il mondo. Per il mio percorso pittorico vivere in un contesto simile non è stato affatto male come d’altra parte, studiando cinema, avere la Biennale in città è stato molto importante per capire meglio questo mondo da vicino.

Come e quando ti sei avvicinata all’arte pittorica?

Ho iniziato ad avvicinarmi all’arte durante il mio triennio accademico dedicato appunto alla pittura. Prima non avevo mai dipinto su tela ma avevo quasi e sempre solo disegnato: fin da piccola infatti il disegno è una pratica che mi è sempre piaciuta. A 19 anni quindi ho iniziato ad utilizzare i colori in modo un po’ professionale e non più solo intuitivamente, a capire il loro funzionamento e i loro accostamenti seguendo delle regole accademiche.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Mähært

Risale a quel tempo la creazione del tuo nome d’arte “Mähært”? È un tuo alter ego?

No, il nome d’arte è qualcosa di molto recente. Sono sempre stata propensa a non usare il mio vero cognome, sia per una questione di privacy sia perché ho sentito la necessità di esprimere un’altra me. Da quando avevo 15 anni sono sempre stata chiamata Frei, un cognome che non mi ha mai abbandonato e ha fatto sì che la gente mi conoscesse come Marta Frei. Quest’anno, sentendo di essere cambiata, ho capito che il mio nome e il mio cognome non potevano più rispecchiarmi e quindi dopo averci ragionato sopra a lungo ho elaborato il mio nuovo nome d’arte “Mähært”. Tutto è partito dalla volontà di voler mantenere il nome Marta (che mi piace) e dalla considerazione che in questo, come nelle parole inglesi earth e heart, è contenuta la parola art. Ho dunque realizzato una combo fra questi termini e questi suoni aggiungendo la dieresi sulla “a” che in francese cambia la pronuncia all’intera parola e come significato è traducibile con “mia arte”. All’inizio non è stato facile però ora sono contenta di questo cambiamento.

Hai parlato dell’accademia di Venezia: cosa ti ha dato frequentare quell’istituto e cosa ti sta dando invece in più Brera?

Sono partita da un’accademia di tradizione come quella di Venezia e poi mi sono spostata a Milano per studiare le nuove tecnologie per l’arte. La prima mi ha insegnato ad approcciarmi all’arte in modo più professionale, facendomi credere che potessi trasformare il mio sogno e la mia passione in un lavoro attraverso un percorso di studio. Mi ha dato dunque le basi per poter affrontare e avvicinarmi al mondo del lavoro in modo più concreto. Dall’altra parte, mi ha anche insegnato che ci sono tante cose da considerare nel mondo dell’arte sia a livello pratico, durante la fase di creazione e realizzazione di un’opera, sia a livello di approccio a questo mondo, un qualcosa che non è assolutamente semplice. “Bisogna conoscere persone e farsi spazio tra squali” mi dissero una volta e questo ora, per me che voglio lavorare nel mondo del cinema, vale ancora di più. Mentre nelle arti tradizionali può bastare conoscere persone ed entrare in alcuni giri, nel cinema è come entrare in una setta: o sei bravo a farti desiderare a tutti i costi e ad apparire come unico e raro o sei fuori.

A Brera, dove mi sto specializzando proprio in cinema, video e nuove tecnologie, ho compreso davvero che anche in questo campo ci vogliono assolute dedizione e passione per arrivare. Senza impegnarti non puoi concretamente ottenere un lavoro. In generale comunque, per quanto sia una delle più rinomate in Italia e abbia tantissimi corsi, Brera non è quello che mi aspettavo soprattutto a livello di gestione. I professori sono validi (e io ne ho conosciuti alcuni che mi hanno davvero aiutato) ma in alcune circostanze le cose lasciano davvero a desiderare. È triste, ad esempio, che nella sede distaccata come quella dove ero io non ci sia lo spazio necessario per esercitarsi e sperimentare come si dovrebbe.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Marta Mähært

Spostandoci ai tuoi lavori pittorici volevo chiederti, agganciandomi a quelli che sono i tuoi studi attuali, se la tua inclinazione verso il cinema in qualche modo ha influenzato e influenza quello che poi realizzi su tela.

Direi di no. Dietro ai miei lavori c’è sempre la stessa persona ma nei due ambiti seguo filoni differenti e di conseguenza esprimo cose differenti. Ciò che realizzo in campo cinematografico dunque non c’entra con le mie opere pittoriche perché queste esprimono delle immagini che sono il prodotto di storie e sensazioni diverse. È anche vero però che, all’inverso, la pittura mi ha aiutato a capire meglio alcune cose dell’immagine digitale.

Avendo studiato a lungo c’è qualche artista, qualche maestro che invece ti ha ispirato più di altri e ha influenzato il tuo stile pittorico?

Indirettamente si, direttamente ni. Non vado in giro a dire che mi ispiro a un determinato artista ma, a posteriori, direi che i lavori di Dalì e di De Chirico hanno avuto un loro peso nel portarmi a fare quello che ho fatto.

Continua nella Seconda Parte

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