Scritto da Federico Guido

Come nascono le tue opere? Sono il risultato di un’ispirazione istantanea o il prodotto di lunghe riflessioni e ragionamenti che fai dentro di te?

Nel tempo ho sviluppato un filone che mi ha permesso di esprimere alcune idee personali riguardo allo spazio interiore, oggetto anche della mia laurea al triennio. Quello che provo e ho provato a fare, per quanto non sia facile o forse addirittura folle per qualcuno, è affrontare certe dinamiche interiori dell’uomo tentando di rappresentarle in 3D, ad un livello più dimensionale attraverso delle immagini pittoriche. Sensazioni, paure e mancanze perciò io le vedo ambientate in uno spazio (che è il nostro, quello di ogni uomo) con cui sono in costante relazione. Tornando quindi alla tua domanda iniziale, in realtà c’è poco da pensare. Semplicemente sento quello che devo rappresentare e passo subito a disegnarlo.

Come mai hai deciso di concentrarti proprio nella riproduzione o comunque nella rappresentazione del mondo introspettivo umano? Cosa ti ha affascinato?

Mi attraeva e mi incuriosiva il “sentire” inteso come capacità dell’uomo di poter provare alcune cose interiori come se fossero reali. Questo “sentire” lo si può esprimere a parole ma non fino in fondo, lo si può analizzare a livello psicologico tramite figure come gli psicologi ma non lo si può provare visivamente: l’arte invece ci riesce o, quantomeno, può riuscire a farlo. È questo dunque quello che ho provato a fare, partendo prima dai miei disegni e poi spostandomi sulla tela: attraverso le mie opere e usando alcuni soggetti (gli omini) che rappresentano tanto noi quanto la nostra interiorità ho cercato di raccontare le dinamiche introspettive dell’uomo.

Cosa c’è della tua sfera emotiva in quello che realizzi su tela?

C’è molto di quello che sento ogni giorno e che ho provato con qualcuno o in alcune situazioni passate. Spiegarlo con i colori e delle immagini mi sembra un lavoro positivo.

Ecco, molti dei messaggi contenuti nelle tue opere passano attraverso un uso abbastanza attento del colore che nelle tue opere è assolutamente funzionale. Cosa rappresenta per te il colore?

Il colore per me è espressione, è un qualcosa che viene di getto. Sinceramente, non passo molto a studiarlo (anche se forse per avere accostamenti più studiati e accurati dovrei farlo): quando sento che mi serve o mi manca un colore lo uso. Funziona istintivamente per me. Al colore ad olio (utilizzo soprattutto quelli primari) poi ho unito e sperimentato altri materiali e altri effetti come le tonalità date dagli acrilici, il gesso o la sabbia, tutte soluzioni utili per dare un maggior senso di concretezza a ciò che volevo rappresentare.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Mähært

Hai parlato di acrilici, di olio, di sabbia e nella tua opera “Dieci e dieci” hai utilizzato le lancette di un orologio come base. Parlando di sperimentazioni, cosa ti piacerebbe provare in futuro a livello pittorico?

In quell’opera che hai citato era fondamentale utilizzare qualcosa che mi aiutasse ancora più concretamente a esprimere l’idea di tempo e, senza disegnarle a mano, cosa è meglio di un paio di lancette? A volte la scelta di un determinato materiale è frutto di un’ispirazione casuale, altre volte è studiata. In futuro non mi prefiggo niente ma sarei contenta di poter continuare a dipingere su questa linea esprimendo determinate sensazioni nel modo più consono alle mie necessità.

Passando dal tempo allo spazio, nelle tue opere i soggetti tendono a confondersi nel contesto in cui sono immersi, quasi mimetizzandosi. Cosa vuoi suggerirci?

In realtà quello che tu indichi come mimetismo è il risultato di un lungo processo personale. Partendo dall’idea di evidenziare quello che era lo spazio all’interno di un soggetto ben definito, col tempo il mio pensiero si è evoluto e ciò ha fatto sì che la trasposizione dello spazio interiore sulla tela diventasse totale e il soggetto si mimetizzasse perché naturalmente legato a esso. In «From Us” ad esempio i due soggetti (gli omini) in basso a sinistra non sono subito visibili perché si confondono nello spazio intorno che è prodotto da loro stessi.

Abbiamo accennato al titolo di qualche tua opera e, riguardo a questi, volevo chiederti: parti a dipingere avendo già stabilito il titolo o a volte ti ritrovi a elaborarlo in un secondo momento?

Al titolo penso sempre dopo, mai prima perché se parti con una precisa idea in testa può capitare che tu vada lontanissima da come volevi o immaginavi di realizzarla e allora non avrebbe molto senso aver dato un certo titolo. L’obiettivo che mi pongo è sempre quello di dare un titolo più chiaro possibile e inerente rispetto a ciò sono riuscita a rappresentare.

Alla luce di tutto quello che abbiamo detto, come definiresti la tua pittura?

Questa è una domanda che mi hanno fatto già in diverse occasioni e a cui, a differenza di altri, faccio un po’ fatica rispondere. Sinceramente non riesco a usare un termine univoco perché presenta più caratteristiche: è metafisica, è surreale ed è anche una pittura dell’introspezione. Forse introspettiva è il vocabolo che meglio si accosta a quello che realizzo.

C’è un’opera che più delle altre testimonia meglio le qualità della tua pittura?

Una non c’è. Ti direi tutte perché in ognuna sono impressi tanti concetti diversi.

In base alla tua esperienza dunque cosa significa e perché fare pittura oggi?

Per me ogni arte ha un suo valore e rispecchia la fondamentale necessità di esprimersi da parte di chi la realizza ma nessuna di queste la relaziono al mondo del lavoro. La pittura è qualcosa legata a me stessa, al mio modo di essere e al mio voler esprimere alcune cose. Non la vedo come un mezzo, sebbene ci siano state e ci sono persone che grazie a essa riescono a vivere e guadagnare bene, attraverso cui accumulare dei soldi o sostenermi economicamente. Per me fare pittura soddisfa in generale il proprio bisogno di esprimersi (una necessità che, confrontandomi con amici e amiche, ho capito che tutti a un certo punto abbiamo) e fa sì che, a livello sociale, ci si possa aiutare e sostenere.

Restando sulla pittura, hai un tuo pensiero personale, una tua riflessione sulla scena contemporanea della pittura italiana?

Non posso esprimere un giudizio dettagliato. Trovo però che la pittura contemporanea italiana sia sempre molto legata al proprio passato. Questo è il motivo per cui, per quanto sia importante conoscere e ricordare chi ci ha preceduto, nei grandi musei vengono esposti sempre i grandi artisti e i grandi maestri dei secoli scorsi. Questo va a discapito dei giovani che cercano di farsi spazio e che vorrebbero diventare qualcuno senza però trovare la collocazione che meriterebbero. In questo senso le gallerie, regolate ancora dal denaro e da un circolo vizioso di conoscenze, sicuramente non aiutano. Oggi quindi farsi spazio diventa sempre più difficile. Ci sono piccole gallerie che ospitano artisti contemporanei ma in Italia me ne vengono in mente poche se non nessuna e si concentrano molto sugli artisti digitali. In altri paesi come la Germania o altri dell’Europa settentrionale invece, la pittura tradizionale e l’arte fatta con le mani sono ancora decisamente presenti e i giovani sono presi seriamente in considerazione. Questo, sinceramente, in Italia non lo noto.

Una delle realtà vive e attuali, almeno a Milano, sicuramente è proprio Looking for Art. Cosa ti ha dato la partecipazione al loro contest a livello di emozioni e esperienza?

Il Contest mi ha dato la possibilità di capire che ci sono molte persone, coetanee ma non solo, che vorrebbero potersi approcciare lavorativamente a questo mondo. Looking for Art ha fatto sì che questa gente si potesse mettere in vetrina e dialogare in relazione con un pubblico. Personalmente poi la dinamica (seppur funzionante) dell’invitare amici e parenti creando un ambiente piuttosto chiuso non mi è piaciuta granché, non credo possa essere molto d’aiuto. Di fatto il Contest era molto basato anche su questo. Io mi sono trovata bene con loro perché sono persone con cui si può dialogare anche se questa collaborazione non mi ha dato fino in fondo quello che speravo di avere. Forse lo faranno con il tempo.

Death Line di Marta Frei
Death Line di Mähært

Più in generale, che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Credo che siano gli unici ad avere attivo un sito già così avviato e con un ampio numero di artisti. Una galleria poi che dà spazio ai giovani come la loro penso sia quasi inesistente se non in tutta Italia quantomeno a Milano. Come ho già detto infatti, le altre gallerie o non espongono i giovani artisti o danno spazio a quelli che in qualche modo hanno già un nome. Se da un lato è giusto così perché non si può nascere già ricchi e famosi, dall’altro dare spazio ai giovani è necessario perché, oltre a essere il futuro, anche loro hanno qualcosa da dire, da testimoniare e da dimostrare. In LfA sicuramente hanno sposato questa causa capendo che una realtà simile mancava facendosi quindi carico di alcune responsabilità con una visione innovativa. Sono contenta che abbiano intrapreso questa strada e spero continueranno a percorrerla.

Hai accennato al futuro: hai già un’idea dove ti vedi e dove vedi la tua pittura tra dieci anni?

Senza voler risultare egocentrica e neanche sfacciata, credo in alcune cose e mi piacerebbe davvero arrivare a determinati obiettivi. Sono una persona ambiziosa e, come tale, vorrei trovarmi in grandi contesti internazionali che siano gallerie o musei di primo piano. Non sto parlando del Prado o del MoMA ma magari in collezioni alla Biennale o in qualche progetto del Guggenheim in futuro mi vedrei bene. In ogni caso, spero di non rimanere semplicemente dentro casa mia o, per quanto mi faccia piacere, esporre solo per i miei amici: vorrei essere sinceramente apprezzata da un pubblico più vasto possibile senza che valutazioni di carattere economico.

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