Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Come si può vedere in alcuni vecchi filmati di famiglia, già da piccolissimo ero naturalmente attratto dalla fotografia: correvo dietro ai gatti della nonna con una piccola Kodak usa e getta e, seppur non sapessi come funzionasse, questa forse è la testimonianza di come inconsciamente mi sentissi già legato a questo strumento. In seguito, durante i primi anni del liceo, è stata l’influenza di mio padre (da giovane aveva avuto una piccola parentesi con la fotografia) ad avvicinarmi ulteriormente a questo ambito, sfruttando la sua vecchia macchina a rullino e cominciando a sperimentare cosa volesse dire vedere il mondo attraverso un mirino ed un obiettivo. Negli anni successivi ho poi iniziato a muovere i miei primi e timidissimi passi grazie all’acquisto della mia prima macchina, alla quale però inizialmente non mi sono dedicato anima e corpo.

Il punto di svolta l’ho avuto quando, al secondo anno di università, ho frequentato un laboratorio di linguaggi della fotografia dove ho compreso che valore avesse e quanto fosse importante raccontare attraverso un’immagine. Ho finito per divorare letteralmente le spiegazioni e i racconti della professoressa, a tal punto che una piccola certezza ha iniziato a crescere dentro di me: la fotografia poteva davvero essere la mia strada. Da quel momento ho iniziato a studiare, a osservare, a documentarmi, a investire e a dedicarmi tutti i giorni a questa passione.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Se guardiamo al mondo artistico ci sono due giganti che mi hanno influenzato e ai quali guardo con continua ammirazione: Annie Leibovitz e Sebastião Salgado. Sono due fotografi molto distanti tra loro e con approcci diametralmente opposti ma, insieme, rappresentano i due artisti che più mi hanno stimolato a buttarmi in questo mondo. Considerando invece coloro che mi sono sempre stati vicino, la persona più importante è stata sicuramente mio padre, il cui sguardo artistico ed estetico con un piglio quasi poetico è lo stesso con cui io oggi osservo il mondo circostante quando sono alla ricerca di uno scatto.

Poi voglio sicuramente citare la professoressa Francesca Guerisoli e una mia cara amica che una volta mi ha detto “Jacopo, a me le tue foto piacciono e sei davvero bravo”. A loro due sono da attribuire le principali “colpe” per avermi fatto intraprendere questa strada.

Come nascono i tuoi scatti? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

In fotografia c’è sempre stato il grande scontro tra chi “coglie l’attimo” e chi “lo costruisce”: io non mi sono mai voluto limitare chiudendomi in una di queste due categorie. Molte delle mie foto che reputo belle sono frutto di istanti rubati per strada ma altrettante sono il risultato di momenti pianificati a tavolino, di prove, errori e soprattutto di tanta pazienza messa in campo sia da parte mia che della mia ragazza. I titoli dei miei scatti arrivano sempre in un secondo momento quando, visualizzando nella mia testa le storie dietro a ogni fotografia, estrapolo un titolo che permetta allo spettatore di capire ed entrare in connessione proprio con la storia legata allo scatto di riferimento.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso i tuoi scatti? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

I miei scatti sono stati definiti romantici ed è proprio quello, nella maggior parte dei casi, il messaggio che cerco di trasmettere. Vago tra la concezione moderna del termine e il significato che gli attribuivano i tedeschi nella letteratura di fine ‘700. Cerco sempre di catturare qualcosa che generi un’emozione: a volte si tratta di gioia, altre volte di stupore o rabbia, altre ancora di nostalgia. Al contempo però sono anche un sostenitore della fotografia fine a sé stessa, quel tipo di fotografia prodotta per meri fini estetici, per il gusto di produrre qualcosa di bello che possa piacere anche agli altri senza voler necessariamente comunicare qualcosa.

Cosa ti affascina della fotografia? Perché e che senso ha fare fotografia oggi per te?

Sono due gli aspetti che più mi affascinano della fotografia: il poter documentare ciò che succede nel mondo e il poter mostrare agli altri ciò che vedono i miei occhi.

Sono convinto che ci sarà sempre bisogno della fotografia. Nel corso del tempo ha avuto diversi ruoli ma oggi, in una società prettamente visiva come la nostra, credo che il suo maggior pregio sia quello di essere un potentissimo strumento di comunicazione a prescindere che il messaggio da veicolare passi per uno scatto sul fronte di una guerra o un selfie scattato in un locale.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

LfA è la realtà che più mi ha permesso di mettermi in gioco. Partecipando al Contest mi sono sentito stimolato e, grazie alle iniziative dei ragazzi che ne fanno parte, ho potuto incontrare un sacco di persone le cui idee e abilità mi hanno quotidianamente stimolato a crescere come fotografo. Da un punto di vista personale, trovo che il risvolto migliore del progetto sia proprio la possibilità (non per tutti) di rapportarsi con tante persone che vedono e hanno una concezione del mondo simile alla tua.

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