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Intervista a Ilaria Villa

Scritto da Federico Guido
Trovi tutte le Opere su: https://lookingforart.it/artista/ilaria-villa/

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Quando ero piccola mi piaceva sempre guardare gli altri disegnare e divertirmi poi in prima persona impugnando matite e pennelli. È da quei primi esperimenti, dai tentativi di riprodurre una montagna con la mano sinistra e da tutte le prove fatte per imparare a creare una stella, che è nata la passione. L’arte, dunque, per me ha svolto un ruolo importante fin da subito e per questo devo ringraziare le persone, da mia nonna a mio papà fino a mio zio, che mi hanno cresciuta e me l’hanno fatta apprezzare.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Sono sempre stata una persona facilmente influenzabile, nel senso positivo del termine. Credo infatti che prendere spunto da altri artisti non sia un male ma anzi, rappresenti una possibilità per crescere e trovare la propria strada. In quest’ottica, sfogliare i libri di storia contemporanea e partecipare a mostre o fiere fruendo di un considerevole numero d’opere d’arte rappresentano ottime soluzioni. A livello personale, tuttavia, ho sempre fatto fatica a indicare quale sia stata l’opera che, più di tutte, mi abbia influenzato: forse, più che di un singolo lavoro, nel mio caso è meglio parlare di più artisti che sono stati capaci di lasciare un segno dentro di me.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Avendo frequentato il liceo artistico sono cresciuta con l’abitudine di partire sempre da un progetto, un’idea su cui riflettere e scavare il più a fondo possibile. Quando parlo di un’idea non mi riferisco solo a qualcosa di astratto ma anche a un concetto attinto da oggetti concreti come, ad esempio, la durezza dell’ardesia o la trasparenza del plexiglas. Ritengo infatti che, come ci si può figurare nella mente un’immagine a partire da un concetto, allo stesso modo si può realizzare un’opera a partire da un supporto o un colore. In ogni caso, sebbene la parola “ispirazione” nel mondo dell’arte sia inflazionata, credo che un artista non possa sempre dipingere partendo dai propri “colpi di fulmine” ma debba anche basarsi sulle proprie esperienze vissute, su ciò che ha visto, sentito o letto.

Per quanto riguarda il titolo, sono solita sceglierlo sempre a opera ultimata quando, a volte, è l’opera stessa a suggerirmene uno adatto a richiamare il significato racchiuso in essa.

Burattino NO
Burattino NO di Ilaria Villa disponibile a:
https://lookingforart.it/prodotto/burattino-no/

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Molte delle mie opere riprendono temi attuali riguardanti l’uomo ed il modo in cui egli sceglie di vivere e rapportarsi con il mondo: nella serie dei miei cartelli stradali, ad esempio, affronto più da vicino argomenti strettamente politici e sociali mentre, nelle mie opere su ardesia, mi concentro maggiormente sul lato emotivo legato all’attualità, denunciando come l’uomo sia allo stesso tempo burattino e burattinaio del mondo e come le sue due anime (quella buona e quella cattiva) debbano convivere per farlo sopravvivere. In tutto questo ritengo che il supporto utilizzato, e non solo l’oggetto rappresentato, abbia un ruolo importante nel trasmettere un pensiero preciso ed è così che ho realizzato sia le mie “prime vere opere d’arte” che quelle più recenti, caratterizzate da un attento uso di materiali di riciclo.

Perché e che senso ha fare arte oggi per te?

Per me fare arte al giorno d’oggi significa produrre qualcosa per lasciare un ricordo che possa durare nel tempo. Perché ci ricordiamo degli artisti passati? Per quello che ci hanno lasciato attraverso le loro opere, non per il volto o il loro carattere bizzarro. Come i loro quadri, conservatisi in gallerie e potenzialmente sempre sotto i nostri occhi, anche l’arte dei nostri giorni può diventare ed essere senza tempo. Deve essere la nostra impronta personale da lasciare ovunque, un qualcosa che non può e non deve cancellarsi.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Per un artista di qualsiasi età muoversi in questo ambiente non è facile, ci sono ostacoli difficili da superare a partire dal trovare la propria originalità. LfA è una realtà essenziale per noi giovani artisti perché i ragazzi che ne fanno parte, animati da un lodevole spirito di iniziativa, puntano su di te e sul tuo talento dandoti un’occasione per poter sfondare e provando a inserirti in questo mondo cercando di guidarti nella giusta maniera.

Il Quinto Comandamento
Il Quinto Comandamento di Ilaria Villa, disponibile a:
https://lookingforart.it/prodotto/il-quinto-comandamento/

Intervista a Jasmin Pitalieri

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Fin da bambina io e le mie sorelle siamo state educate e portate ad avvicinarci ad ogni tipo di arte grazie a nostra madre. È lei che ci ha fatto conoscere la musica, la danza, l’illustrazione, la storia e poi anche il disegno per il quale provo una passione autentica. Con la matita in mano sento infatti la creatività scorrere leggera ed evolversi con i colori.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Mia madre ha avuto indubbiamente una notevole influenza su di me. Lei è stata la mia maestra e la mia sostenitrice numero uno, permettendomi di rivelare il mio lato creativo e incoraggiandomi ad esprimere il mio carattere e la mia emotività attraverso una forma d’arte. Prima è stato il caso del teatro con cui, dai 10 ai 16 anni, sono riuscita a conoscere meglio il mio corpo e la mia anima. Poi ho cominciato a dar sfogo alle mie esigenze espressive trovando quei momenti, all’interno della mia camera, in cui disegnare o colorare le pareti. Quindi, confrontandomi e prendendo spunto dai contenuti facilmente reperibili sui social media, mi sono avvicinata in maniera naturale a nuove tecniche disegnative e, fra queste, in particolare al fumetto. Concentrandomi su quest’ultimo e ricevendo molti feedback positivi a riguardo, ho avuto modo di crescere e soprattutto di incontrare, come in occasione del Romics (Festival Internazionale del fumetto a Roma), giovani ragazzi e fumettisti italiani in grado di ispirarmi ulteriormente. In particolare, ho apprezzato la loro determinazione e il loro coraggio nel voler pubblicare novelle grafiche introspettive con uno stile che oggi posso dire mi appartenga.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

La parte più difficile delle mie opere è il titolo in quanto risulta difficile attribuirlo a priori a disegni che sono frutto di idee e sensazioni del momento. Non nego che rifletto molto prima di iniziare a disegnare ma il prodotto finale è comunque il risultato di un’ispirazione istantanea. A volte capita che i miei schizzi non vengano come li avevo immaginati e allora, trovandomi in difficoltà, mi fermo virando subito verso un’altra idea.

Le mie opere sono strettamente legate ai miei pensieri che provo a sviluppare e fissare attraverso il disegno nel tentativo di stabilire una connessione o avviare una riflessione con le persone che ne fruiscono.

Qual è il tuo rapporto coi soggetti che illustri?

Nel 90% dei casi il soggetto delle mie opere sono io stessa con riflessioni e pensieri che elaboro ascoltandomi interiormente, cosa che però non sempre mi va di fare. Quando disegno altri soggetti lo faccio come passatempo temporaneo, necessario per sopravvivere e distrarsi.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Con le mie opere voglio suggerire di ascoltarsi, di prendere del tempo per sé stessi e accettarsi. Tramite l’introspezione e la solitudine si può arrivare ad un’accettazione di sé stessi necessaria per la convivenza con il prossimo.

Cosa ti affascina dell’illustrazione? Perché e che senso ha disegnare oggi per te?

Non c’è cosa più bella di poter fare ciò che si vuole e nell’illustrazione, ad esempio, puoi decidere di creare uno scenario totalmente personale e unico. Questo è il caso di una delle mie opere preferite (“La solitudine”) dove il soggetto è sdraiato su una bolla di sapone gigante e sorvola i tetti delle case nell’atmosfera di un sabato sera. È irreale ma con l’illustrazione puoi sognare uno scenario e realizzarlo. Il disegno è esattamente questo per me: un sogno che diventa realtà.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Per programma e numero di eventi credo che Milano sia una delle città al top per quanto concerne l’arte, un luogo dove esistono tante associazioni per promuovere artisti e dove gli istituti scolastici a indirizzo artistico aiutano gli studenti a mettersi in mostra tant’è che anch’io, grazie alla mia scuola, ho avuto l’opportunità di esporre alla Triennale di Milano due anni fa. LfA fa parte di questo contesto e aiuta Milano a crescere, a procedere su questa strada.

Che ne pensi dell’illustrazione italiana contemporanea?

Personalmente non sono molto ferrata sul caso particolare dell’illustrazione italiana contemporanea. Conosco tuttavia il quadro generale dove la maggior parte delle opere vengono ormai realizzate digitalmente tramite strumenti e appositi programmi: Photoshop per l’editing, Illustrator per disegni vettoriali, Procreate per iPad o la tavoletta grafica per disegni liberi. Tutto ciò rappresenta un grande incentivo per la creatività ma un passo indietro a livello visivo. Per quanto mi riguarda, io utilizzo l’iPad e in futuro sfrutterò la tavoletta grafica per il PC. Così facendo infatti, posso avere a disposizione funzioni digitali ampie e il lavoro risulta sempre pulito, replicabile e di qualità. D’altro canto, è anche vero che la concentrazione luminosa del computer a lungo andare stanca e indebolisce l’occhio ma ai giorni nostri è un rischio che corriamo.

Intervista a Jacopo D’Amico

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Come si può vedere in alcuni vecchi filmati di famiglia, già da piccolissimo ero naturalmente attratto dalla fotografia: correvo dietro ai gatti della nonna con una piccola Kodak usa e getta e, seppur non sapessi come funzionasse, questa forse è la testimonianza di come inconsciamente mi sentissi già legato a questo strumento. In seguito, durante i primi anni del liceo, è stata l’influenza di mio padre (da giovane aveva avuto una piccola parentesi con la fotografia) ad avvicinarmi ulteriormente a questo ambito, sfruttando la sua vecchia macchina a rullino e cominciando a sperimentare cosa volesse dire vedere il mondo attraverso un mirino ed un obiettivo. Negli anni successivi ho poi iniziato a muovere i miei primi e timidissimi passi grazie all’acquisto della mia prima macchina, alla quale però inizialmente non mi sono dedicato anima e corpo.

Il punto di svolta l’ho avuto quando, al secondo anno di università, ho frequentato un laboratorio di linguaggi della fotografia dove ho compreso che valore avesse e quanto fosse importante raccontare attraverso un’immagine. Ho finito per divorare letteralmente le spiegazioni e i racconti della professoressa, a tal punto che una piccola certezza ha iniziato a crescere dentro di me: la fotografia poteva davvero essere la mia strada. Da quel momento ho iniziato a studiare, a osservare, a documentarmi, a investire e a dedicarmi tutti i giorni a questa passione.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Se guardiamo al mondo artistico ci sono due giganti che mi hanno influenzato e ai quali guardo con continua ammirazione: Annie Leibovitz e Sebastião Salgado. Sono due fotografi molto distanti tra loro e con approcci diametralmente opposti ma, insieme, rappresentano i due artisti che più mi hanno stimolato a buttarmi in questo mondo. Considerando invece coloro che mi sono sempre stati vicino, la persona più importante è stata sicuramente mio padre, il cui sguardo artistico ed estetico con un piglio quasi poetico è lo stesso con cui io oggi osservo il mondo circostante quando sono alla ricerca di uno scatto.

Poi voglio sicuramente citare la professoressa Francesca Guerisoli e una mia cara amica che una volta mi ha detto “Jacopo, a me le tue foto piacciono e sei davvero bravo”. A loro due sono da attribuire le principali “colpe” per avermi fatto intraprendere questa strada.

Come nascono i tuoi scatti? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

In fotografia c’è sempre stato il grande scontro tra chi “coglie l’attimo” e chi “lo costruisce”: io non mi sono mai voluto limitare chiudendomi in una di queste due categorie. Molte delle mie foto che reputo belle sono frutto di istanti rubati per strada ma altrettante sono il risultato di momenti pianificati a tavolino, di prove, errori e soprattutto di tanta pazienza messa in campo sia da parte mia che della mia ragazza. I titoli dei miei scatti arrivano sempre in un secondo momento quando, visualizzando nella mia testa le storie dietro a ogni fotografia, estrapolo un titolo che permetta allo spettatore di capire ed entrare in connessione proprio con la storia legata allo scatto di riferimento.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso i tuoi scatti? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

I miei scatti sono stati definiti romantici ed è proprio quello, nella maggior parte dei casi, il messaggio che cerco di trasmettere. Vago tra la concezione moderna del termine e il significato che gli attribuivano i tedeschi nella letteratura di fine ‘700. Cerco sempre di catturare qualcosa che generi un’emozione: a volte si tratta di gioia, altre volte di stupore o rabbia, altre ancora di nostalgia. Al contempo però sono anche un sostenitore della fotografia fine a sé stessa, quel tipo di fotografia prodotta per meri fini estetici, per il gusto di produrre qualcosa di bello che possa piacere anche agli altri senza voler necessariamente comunicare qualcosa.

Cosa ti affascina della fotografia? Perché e che senso ha fare fotografia oggi per te?

Sono due gli aspetti che più mi affascinano della fotografia: il poter documentare ciò che succede nel mondo e il poter mostrare agli altri ciò che vedono i miei occhi.

Sono convinto che ci sarà sempre bisogno della fotografia. Nel corso del tempo ha avuto diversi ruoli ma oggi, in una società prettamente visiva come la nostra, credo che il suo maggior pregio sia quello di essere un potentissimo strumento di comunicazione a prescindere che il messaggio da veicolare passi per uno scatto sul fronte di una guerra o un selfie scattato in un locale.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

LfA è la realtà che più mi ha permesso di mettermi in gioco. Partecipando al Contest mi sono sentito stimolato e, grazie alle iniziative dei ragazzi che ne fanno parte, ho potuto incontrare un sacco di persone le cui idee e abilità mi hanno quotidianamente stimolato a crescere come fotografo. Da un punto di vista personale, trovo che il risvolto migliore del progetto sia proprio la possibilità (non per tutti) di rapportarsi con tante persone che vedono e hanno una concezione del mondo simile alla tua.

Intervista a Elena Surovet

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Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Fin da bambina ho sempre avuto l’inclinazione per le attività laboratoriali e creative e con il tempo questo non è cambiato, portandomi sempre di più ad avvicinarmi al mondo dell’arte. Ho cominciato il mio percorso iscrivendomi al liceo artistico per poi proseguire gli studi all’Accademia di Brera di Milano. Proprio qui, in una città dalle mille opportunità, ho trovato i primi modi di coltivare la mia passione al di fuori dall’ambiente scolastico e accademico.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

In famiglia nessuno ha mai mostrato particolare interesse verso l’arte ma tutti in ogni caso hanno sempre dimostrato di credere in me, evitando di mettermi sotto pressione e di farmi pesare troppo una scelta che avrebbe comportato sicure difficoltà. Il mio percorso comunque è appena cominciato: studio la storia dell’arte per arricchire di contenuto quello che faccio; mi guardo intorno, per tenere sempre presente il contesto in cui vivo e farlo trasparire nelle mie opere. Ad influenzarmi, quindi, non sono tanto delle figure in particolare ma piuttosto ciò che mi succede intorno, ciò che vivo, le esperienze, le sensazioni, la quotidianità. Se però dovessi soffermarmi sugli artisti per cui ho molto riguardo citerei Johan Barrios, Vanessa Beecroft, Jenny Saville e Sophie Rambert.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere sono sicuramente frutto di osservazioni della vita quotidiana. Ci sono dei momenti in cui l’osservazione va oltre ai semplici dati sensibili. Mi piace studiare le persone, i rapporti che ci sono tra queste ma ancora di più mi interesso alla loro dimensione interiore, quindi alla parte più intima, sfuggente e astratta di un individuo come, ad esempio, uno stato d’animo. Quando parlo di «stati d’animo» però non mi riferisco alle emozioni, al sentimento di gioia o di tristezza o di rabbia, ma a degli stati emotivi spesso indescrivibili. I miei disegni nascono proprio come tentativo di renderli visibili.

In alcune delle mie opere mi sono ispirata a capacità come l’empatia, il dialogo interiore. In altre ho indagato stati come la vergogna, il senso di impotenza, la noia e l’apatia. Questi ultimi, in particolare, per me sintetizzano alla perfezione lo stato d’animo tipico di una società come la nostra dove, nonostante venga riconosciuta la presenza di scheletri nell’armadio, si continua a vivere sempre nella stessa maniera.

Non sono brava a dare un titolo alle mie opere, mi piace che parlino senza alcun tipo di ausilio, senza la necessità di parole.

Al Sicuro di Elena Surovet
https://lookingforart.it/prodotto/al-sicuro/

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Il mio intento è quello di parlare attraverso le immagini, attraverso la vista, attraverso ciò che si sente guardando una determinata cosa. Composizione, espressività, forma e pensiero sono gli elementi che compongono i miei lavori. Non limito ciò che faccio al piacere personale, penso sempre alla condivisione: la mia opera simboleggia ciò che voglio dire agli altri, un messaggio che può essere espresso attraverso un’immagine, una forma o anche a parole.

Cosa ti affascina del disegno e della pittura? Perché e che senso ha fare disegnare oggi per te?

Mi affascina tutto quello che ha a che fare con il creare. L’uomo ha la grandiosa capacità di saper fare, la creazione è una sorta di pulsione naturale che ognuno di noi ha. La pittura e il disegno sono solo due tra i tanti modi in cui l’uomo si esprime. Disegnare per me è quindi, prima di tutto, la risposta a un istinto, a un bisogno, ma c’è anche da dire che per entrare nel mondo dell’arte questo non basta, c’è bisogno di una riflessione profonda su ciò che si fa, sul senso, su quello che si vuole dire e in questo momento della mia vita sto proprio lavorando su questo. Cerco di coltivare una riflessione intorno alle mie opere, di studiare il contesto storico in cui viviamo, di porre attenzione sulla sfera sociale, emozionale e individuale. Tutto questo con l’obiettivo, un giorno, di poter realizzare opere che siano in primis il risultato di un pensiero che possa essere interpretato e compreso anche (o forse è meglio dire soprattutto) da altri.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Sono molto felice di far parte di LfA, i giovani vanno incontro a tantissime difficoltà se decidono di cimentarsi nel mondo dell’arte, difficoltà che spesso portano alla rinuncia da parte di molti. Io stessa, nel momento in cui mi hanno contattata, ero molto dubbiosa sul mio percorso, molto insicura: non sapevo da dove cominciare! Looking for Art offre grandissime opportunità e il fatto che sia gestito anch’esso da giovani mette l’artista a proprio agio.

Tra quelle presenti nella sezione a te dedicata su LfA, qual è l’opera più rappresentativa del tuo stile o quella a cui sei più legata?

Direi “Trittico” (opera di copertina dell’articolo).
È la terza (e l’ultima, per ora) della mia prima serie di opere di quelle dimensioni. Penso che, ad oggi, sia l’opera più rappresentativa del mio stile. Essa è un gioco di composizione e luce. I corpi sono stesi e si reggono con la minima forza. Sono tre, uno sotto il peso dell’altro. Le ombre cadono nette sui corpi come stessero osservando la superficie lunare. Le espressioni dei volti sono assenti, come i loro sguardi, abbandonati all’apatia, non fanno resistenza al peso sovrastante, inglobati da uno spazio assente che non lascia trasparire alcun senso di profondità.

Filippo Rossini 1 di Elena Surovet
Filippo Rossini di Elena Surovet:
https://lookingforart.it/prodotto/filippo-rossini-1/

Intervista a Pietro Tagliabue

Trovi tutte le Opere di Pietro a:
https://lookingforart.it/artista/pietro-tagliabue/

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Sono figlio d’arte visto che mio nonno materno era Pietro Crescini, autore di diverse perle dell’architettura italiana come il Piccolo Teatro Strehler di Milano. Ispirato da lui e guidato dai suoi insegnamenti, ho assecondo la mia natura artistica e come altri in famiglia prima di me ho frequentato l’Istituto d’Arte Beato Angelico sempre a Milano, indirizzo di decorazione pittorica. Diplomatomi in Maestro d’Arte, ho poi proseguito sulla via della pittura e dello studio della figura esponendo le mie tele in alcuni eventi internazionali di arte contemporanea e varie gallerie d’arte.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Sicuramente mio nonno Pietro è stato il primo e più vicino sostenitore dato che in famiglia è grazie alla sua passione se ci siamo avvicinati all’arte. Ho apprezzato particolarmente (e di conseguenza studiato) Artisti come Modigliani, De Chirico, Magritte, Soutine, Toulouse-Lautrec, Tozzi… Adoro il moderno europeo anche se ho un debole per il classicismo italiano e francese.

Formazione Stellare
Formazione Stellare di Pietro Tagliabue
https://lookingforart.it/prodotto/formazione-stellare/

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere nascono da emozioni personali sperimentate in luoghi precisi e con persone che poi ho finito per immortalare sulla tela dipingendole, o meglio, scattandole una sorta di fotografia. Tutto dipende dal fatto che il luogo o il modello prescelti riescano a regalarmi o meno un’emozione (sia positiva che negativa), un profumo, una sensazione stimolante. Essendo circostanze che ricordo o che sogno, interpreto queste attraverso un’energia eterea, romantica, canonica, riconducibile alla mia emotività e dunque avviando un circolo vizioso: vivo un luogo, vivo una persona e quindi li imprimo su una tela che mi riporta a quel luogo e a quella persona. Spesso il titolo viene imposto prima di iniziare a vivere ed esplorare un luogo… ma sappiamo che a volte c’è qualcosa più grande di noi che può passarci attraverso e cambiare tutto.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Non voglio comunicare nessun messaggio particolare. Quello che cerco di fare è semplicemente provare a trasmettere la sensazione che ho provato nel momento del ritratto e tentare così di portare l’osservatore in quel luogo così lontano, etereo e malinconico. A volte qualcuno si ritrova immerso nella mia storia e riesce a incontrarsi all’interno.

Cosa ti affascina della pittura? Perché e che senso ha fare pittura oggi per te?

La pittura è la parte più intima e profonda che un Artista può condividere con il pubblico. Fare pittura quindi per me vuol dire semplicemente scrivere la propria vita: comprare una tela significa comprare un pezzo di vita di un Artista, il suo ricordo, le sue sensazioni, la sua emotività, il suo carattere ma anche i suoi studi, la sua ricerca e il suo percorso sia artistico che umano.

Cameo 3
Cameo 3 di Pietro Tagliabue
https://lookingforart.it/prodotto/cameo-2/

Intervista ad Anna Vassena

Scritto da Federico Guido

Puoi trovare le Opere di Anna qui:
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Come e quando nasce la tua passione per l’arte?

La mia passione per l’arte è nata praticamente con me. Fin da bambina disegnavo, dipingevo, coloravo su qualunque cosa avessi sottomano. Ho sempre osservato tutto ciò che mi circonda, meravigliandomi tanto delle grandi quanto delle piccole bellezze o stranezze che il mondo ci offre. Non mi sono però mai limitata esclusivamente ad osservare: mi sono sempre fatta catturare infatti da un’immagine o una scena permettendo che questa si fissasse nella mia mente e mi portasse, a volte anche per giorni, a pensare alla sua origine, ai suoi effetti, al suo modo d’essere.

Una notevole influenza in questo approccio l’ha avuta mia nonna. Con lei ho passato la maggior parte della mia infanzia ed è stata lei che mi ha indotto a spingere lo sguardo oltre la superficie, alimentando (forse un po’ troppo) la mia fantasia e la mia voglia di mostrare agli altri ciò che vedevo attraverso il colore e la materia.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Non saprei indicare quali figure nel mondo artistico abbiano influenzato il mio percorso in modo specifico. Come accennato prima, qualunque cosa io veda, legga o senta, cerco sempre di imprimerlo nella mia mente per poi farlo diventare parte di uno scrigno da cui attingere in fase di creazione.

Desertica di Anna Vassena
Desertica di Anna Vassena

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere non hanno un modo di nascere prestabilito. Alcune nascono da riflessioni elaborate a lungo, nate da letture di testi vari o notizie che sento. Altre vengono da sentimenti che provo in un determinato momento o da stati d’animo molto forti che ho bisogno di comunicare all’esterno.

Lo stesso accade con il titolo: a volte penso prima al titolo (o meglio, al concetto) e poi cerco il modo migliore per rappresentarlo; altre volte, invece, concludo l’opera e poi, come si fa con un bambino appena nato, le attribuisco il nome che più sento calzarle a pennello.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Nelle mie opere più recenti tratto il tema della maschera, quella che mettiamo davanti agli altri e davanti a noi stessi per sentirci accettati, nasconderci o proteggerci. Come i lavori precedenti, anche questi ultimi affrontano un argomento delicato come la natura umana. Proprio partendo dalla personale e curiosa osservazione di tutto ciò che ci circonda, sono arrivata a credere infatti che ogni essere umano sia un libro da scoprire e che abbia sempre qualcosa di nuovo e meraviglioso da raccontare. Questo spiega, ad esempio, l’utilizzo del collage (composto da pezzi di testi ritrovati nei mercatini o nelle cantine) per fare da sfondo al soggetto figurativo nei miei quadri.

VitaMina di Anna Vassena
VitaMina di Anna Vassena

Cosa ti affascina della pittura? Perché e che senso ha fare pittura oggi per te?

Della pittura mi affascina la sua capacità di assorbire completamente anima e corpo. È una sorta di portale d’accesso a un universo parallelo dove non esiste più la realtà che ti circonda, con i suoi problemi e le ansie che ne derivano. Nella pittura la persona quindi si annulla ed esiste solo colore, materia, creatività e vita.

Proprio per questo motivo fare pittura oggi ha senso più che mai. In un mondo frenetico, creatore di problemi, ansie e paure, quest’arte rappresenta un modo per evadere, accedere a un’altra dimensione e tornare con un messaggio chiaro in grado di denunciare lucidamente la complessità in cui viviamo. Solo così si può comunicare un qualcosa di realmente forte e sperare che, allo stesso modo, gli altri comprendano ciò che tu provi mentre realizzi un’opera.

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Le persone che lavorano dentro LFA sono davvero splendide. Grazie a loro ho potuto conoscere giovani come me che credono nell’arte e nella sua forza, che danno sempre il massimo e amano quello che fanno.

Aria, Aria, Aria! di Anna Vassena
Aria, Aria, Aria! di Anna Vassena

Intervista a Martina Zanni

Scritto da Federico Guido

Qui puoi trovare tutte le Opere di Martina:
https://lookingforart.it/artista/martina-zanni/

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia?

Credo di aver sempre avuto una vocazione per la fotografia: da piccola infatti, come mi hanno raccontato i miei genitori, appena possibile cercavo di mettere le mani sulla macchina fotografica e fare fotografie a qualsiasi cosa. Nonostante questo, in seguito ho fatto altre scelte a livello scolastico e solo in un secondo momento, dopo essermi resa conto di aver preso delle decisioni sbagliate, ho studiato arti visive approfondendo la mia passione per la fotografia.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Essendo precedentemente impegnata in ambito contabile e avendo iniziato a frequentare il mondo dell’arte solo durante l’università, purtroppo non ho mai avuto delle figure a cui ispirarmi. Tuttavia, durante il mio percorso accademico mi sono avvicinata molto (o almeno ci ho provato) allo stile del mio docente Vincenzo Castella e sono rimasta fortemente colpita dai lavori di Luigi Ghirri.

Dust di Martina Zanni

Come nascono i tuoi scatti? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

I miei scatti nascono essenzialmente dalle passeggiate in bicicletta che faccio nelle campagne circostanti e attraverso questi cerco sempre di raccontare qualcosa. C’è molto studio dietro e questo, ad esempio, lo si può vedere anche da alcuni dei titoli in latino che ho attribuito alle fotografie una volta realizzate.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso i tuoi scatti? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Non cerco di trasmettere un messaggio in particolare, se lo faccio avviene inconsciamente. Di certo in tutti i miei scatti metto qualcosa di me, del mio modo d’essere e di esprimermi.

Sei Luoghi a Confronto di Martina Zanni

Cosa ti affascina della fotografia? Perché e che senso ha fare fotografia oggi per te?

Uno degli aspetti che, personalmente, trovo più affascinanti della fotografia è la possibilità di trasmettere ciò che vedo in una determinata cosa, dal pezzo di un muro alla casa abbandonata fino a una scena come quella di bambini che corrono in mezzo ad un campo.

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Sono molto contenta di esser parte di questo gruppo perché mi fa sentire coinvolta in un progetto che mi dà la possibilità di mettere in evidenza la mia arte e allo stesso tempo entrare in contatto con altre persone.

Lumen di Martina Zanni

Intervista a Mähært // Seconda Parte

Scritto da Federico Guido

Come nascono le tue opere? Sono il risultato di un’ispirazione istantanea o il prodotto di lunghe riflessioni e ragionamenti che fai dentro di te?

Nel tempo ho sviluppato un filone che mi ha permesso di esprimere alcune idee personali riguardo allo spazio interiore, oggetto anche della mia laurea al triennio. Quello che provo e ho provato a fare, per quanto non sia facile o forse addirittura folle per qualcuno, è affrontare certe dinamiche interiori dell’uomo tentando di rappresentarle in 3D, ad un livello più dimensionale attraverso delle immagini pittoriche. Sensazioni, paure e mancanze perciò io le vedo ambientate in uno spazio (che è il nostro, quello di ogni uomo) con cui sono in costante relazione. Tornando quindi alla tua domanda iniziale, in realtà c’è poco da pensare. Semplicemente sento quello che devo rappresentare e passo subito a disegnarlo.

Come mai hai deciso di concentrarti proprio nella riproduzione o comunque nella rappresentazione del mondo introspettivo umano? Cosa ti ha affascinato?

Mi attraeva e mi incuriosiva il “sentire” inteso come capacità dell’uomo di poter provare alcune cose interiori come se fossero reali. Questo “sentire” lo si può esprimere a parole ma non fino in fondo, lo si può analizzare a livello psicologico tramite figure come gli psicologi ma non lo si può provare visivamente: l’arte invece ci riesce o, quantomeno, può riuscire a farlo. È questo dunque quello che ho provato a fare, partendo prima dai miei disegni e poi spostandomi sulla tela: attraverso le mie opere e usando alcuni soggetti (gli omini) che rappresentano tanto noi quanto la nostra interiorità ho cercato di raccontare le dinamiche introspettive dell’uomo.

Cosa c’è della tua sfera emotiva in quello che realizzi su tela?

C’è molto di quello che sento ogni giorno e che ho provato con qualcuno o in alcune situazioni passate. Spiegarlo con i colori e delle immagini mi sembra un lavoro positivo.

Ecco, molti dei messaggi contenuti nelle tue opere passano attraverso un uso abbastanza attento del colore che nelle tue opere è assolutamente funzionale. Cosa rappresenta per te il colore?

Il colore per me è espressione, è un qualcosa che viene di getto. Sinceramente, non passo molto a studiarlo (anche se forse per avere accostamenti più studiati e accurati dovrei farlo): quando sento che mi serve o mi manca un colore lo uso. Funziona istintivamente per me. Al colore ad olio (utilizzo soprattutto quelli primari) poi ho unito e sperimentato altri materiali e altri effetti come le tonalità date dagli acrilici, il gesso o la sabbia, tutte soluzioni utili per dare un maggior senso di concretezza a ciò che volevo rappresentare.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Mähært

Hai parlato di acrilici, di olio, di sabbia e nella tua opera “Dieci e dieci” hai utilizzato le lancette di un orologio come base. Parlando di sperimentazioni, cosa ti piacerebbe provare in futuro a livello pittorico?

In quell’opera che hai citato era fondamentale utilizzare qualcosa che mi aiutasse ancora più concretamente a esprimere l’idea di tempo e, senza disegnarle a mano, cosa è meglio di un paio di lancette? A volte la scelta di un determinato materiale è frutto di un’ispirazione casuale, altre volte è studiata. In futuro non mi prefiggo niente ma sarei contenta di poter continuare a dipingere su questa linea esprimendo determinate sensazioni nel modo più consono alle mie necessità.

Passando dal tempo allo spazio, nelle tue opere i soggetti tendono a confondersi nel contesto in cui sono immersi, quasi mimetizzandosi. Cosa vuoi suggerirci?

In realtà quello che tu indichi come mimetismo è il risultato di un lungo processo personale. Partendo dall’idea di evidenziare quello che era lo spazio all’interno di un soggetto ben definito, col tempo il mio pensiero si è evoluto e ciò ha fatto sì che la trasposizione dello spazio interiore sulla tela diventasse totale e il soggetto si mimetizzasse perché naturalmente legato a esso. In «From Us” ad esempio i due soggetti (gli omini) in basso a sinistra non sono subito visibili perché si confondono nello spazio intorno che è prodotto da loro stessi.

Abbiamo accennato al titolo di qualche tua opera e, riguardo a questi, volevo chiederti: parti a dipingere avendo già stabilito il titolo o a volte ti ritrovi a elaborarlo in un secondo momento?

Al titolo penso sempre dopo, mai prima perché se parti con una precisa idea in testa può capitare che tu vada lontanissima da come volevi o immaginavi di realizzarla e allora non avrebbe molto senso aver dato un certo titolo. L’obiettivo che mi pongo è sempre quello di dare un titolo più chiaro possibile e inerente rispetto a ciò sono riuscita a rappresentare.

Alla luce di tutto quello che abbiamo detto, come definiresti la tua pittura?

Questa è una domanda che mi hanno fatto già in diverse occasioni e a cui, a differenza di altri, faccio un po’ fatica rispondere. Sinceramente non riesco a usare un termine univoco perché presenta più caratteristiche: è metafisica, è surreale ed è anche una pittura dell’introspezione. Forse introspettiva è il vocabolo che meglio si accosta a quello che realizzo.

C’è un’opera che più delle altre testimonia meglio le qualità della tua pittura?

Una non c’è. Ti direi tutte perché in ognuna sono impressi tanti concetti diversi.

In base alla tua esperienza dunque cosa significa e perché fare pittura oggi?

Per me ogni arte ha un suo valore e rispecchia la fondamentale necessità di esprimersi da parte di chi la realizza ma nessuna di queste la relaziono al mondo del lavoro. La pittura è qualcosa legata a me stessa, al mio modo di essere e al mio voler esprimere alcune cose. Non la vedo come un mezzo, sebbene ci siano state e ci sono persone che grazie a essa riescono a vivere e guadagnare bene, attraverso cui accumulare dei soldi o sostenermi economicamente. Per me fare pittura soddisfa in generale il proprio bisogno di esprimersi (una necessità che, confrontandomi con amici e amiche, ho capito che tutti a un certo punto abbiamo) e fa sì che, a livello sociale, ci si possa aiutare e sostenere.

Restando sulla pittura, hai un tuo pensiero personale, una tua riflessione sulla scena contemporanea della pittura italiana?

Non posso esprimere un giudizio dettagliato. Trovo però che la pittura contemporanea italiana sia sempre molto legata al proprio passato. Questo è il motivo per cui, per quanto sia importante conoscere e ricordare chi ci ha preceduto, nei grandi musei vengono esposti sempre i grandi artisti e i grandi maestri dei secoli scorsi. Questo va a discapito dei giovani che cercano di farsi spazio e che vorrebbero diventare qualcuno senza però trovare la collocazione che meriterebbero. In questo senso le gallerie, regolate ancora dal denaro e da un circolo vizioso di conoscenze, sicuramente non aiutano. Oggi quindi farsi spazio diventa sempre più difficile. Ci sono piccole gallerie che ospitano artisti contemporanei ma in Italia me ne vengono in mente poche se non nessuna e si concentrano molto sugli artisti digitali. In altri paesi come la Germania o altri dell’Europa settentrionale invece, la pittura tradizionale e l’arte fatta con le mani sono ancora decisamente presenti e i giovani sono presi seriamente in considerazione. Questo, sinceramente, in Italia non lo noto.

Una delle realtà vive e attuali, almeno a Milano, sicuramente è proprio Looking for Art. Cosa ti ha dato la partecipazione al loro contest a livello di emozioni e esperienza?

Il Contest mi ha dato la possibilità di capire che ci sono molte persone, coetanee ma non solo, che vorrebbero potersi approcciare lavorativamente a questo mondo. Looking for Art ha fatto sì che questa gente si potesse mettere in vetrina e dialogare in relazione con un pubblico. Personalmente poi la dinamica (seppur funzionante) dell’invitare amici e parenti creando un ambiente piuttosto chiuso non mi è piaciuta granché, non credo possa essere molto d’aiuto. Di fatto il Contest era molto basato anche su questo. Io mi sono trovata bene con loro perché sono persone con cui si può dialogare anche se questa collaborazione non mi ha dato fino in fondo quello che speravo di avere. Forse lo faranno con il tempo.

Death Line di Marta Frei
Death Line di Mähært

Più in generale, che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Credo che siano gli unici ad avere attivo un sito già così avviato e con un ampio numero di artisti. Una galleria poi che dà spazio ai giovani come la loro penso sia quasi inesistente se non in tutta Italia quantomeno a Milano. Come ho già detto infatti, le altre gallerie o non espongono i giovani artisti o danno spazio a quelli che in qualche modo hanno già un nome. Se da un lato è giusto così perché non si può nascere già ricchi e famosi, dall’altro dare spazio ai giovani è necessario perché, oltre a essere il futuro, anche loro hanno qualcosa da dire, da testimoniare e da dimostrare. In LfA sicuramente hanno sposato questa causa capendo che una realtà simile mancava facendosi quindi carico di alcune responsabilità con una visione innovativa. Sono contenta che abbiano intrapreso questa strada e spero continueranno a percorrerla.

Hai accennato al futuro: hai già un’idea dove ti vedi e dove vedi la tua pittura tra dieci anni?

Senza voler risultare egocentrica e neanche sfacciata, credo in alcune cose e mi piacerebbe davvero arrivare a determinati obiettivi. Sono una persona ambiziosa e, come tale, vorrei trovarmi in grandi contesti internazionali che siano gallerie o musei di primo piano. Non sto parlando del Prado o del MoMA ma magari in collezioni alla Biennale o in qualche progetto del Guggenheim in futuro mi vedrei bene. In ogni caso, spero di non rimanere semplicemente dentro casa mia o, per quanto mi faccia piacere, esporre solo per i miei amici: vorrei essere sinceramente apprezzata da un pubblico più vasto possibile senza che valutazioni di carattere economico.

Intervista a Mähært // Prima Parte

Scritto da Federico Guido

Partiamo da una curiosità: sapevi che esiste un’altra Marta Frei pittrice e artista?

No, non lo sapevo!

Con lei condividi nome e cognome ma ovviamente non siete parenti e tantomeno provenite dalla stessa zona dato che lei è slovena. Tu invece sei partita dalla provincia di Cosenza e da lì, passando per tante tappe intermedie, sei arrivata a Milano: il trasferimento, il viaggio e l’allontanamento da casa hanno influito su di te come persona e, in seconda battuta, sul tuo percorso di crescita come artista?

Vivo ormai a Milano da tre anni e mi trovo bene ma penso che, per quanto mi piaccia la città, appena finita la laurea triennale all’Accademia delle Belle Arti di Brera non rimarrò qui. Prima avevo già vissuto al Nord Italia e per la precisione a Venezia che, pur rappresentando un mondo a sé, mi aveva già fatto capire come quassù le cose siano diverse. Qui hai molte più opportunità, più chance di crescita e più spazio. Anche al sud puoi emergere ma in pochi ce la fanno e molto dipende da dove vuoi arrivare e da che ambizioni hai. Io ho subito capito che quello non era il posto adatto per me e mi serviva altro. Milano in questo senso dà molte possibilità in più anche rispetto ad altre grandi o comunque rinomate città italiane come Torino, Verona o Bologna. Per quanto riguarda poi il cambiamento sono dell’idea che tutto ci tocca e tutto ci trasforma però su di me dico che questi spostamenti più che avermi trasformato mi hanno aiutato a capire delle cose e, a livello lavorativo, a scoprire attività differenti. Dipende dai casi, ma credo che le persone siano in grado di trasformarti più dei luoghi.

A questo proposito, c’è stato un incontro che più di tutti è stato fondamentale sia sul piano personale che professionale?

A livello personale, a parte alcuni amici, ci sono in particolare due persone che mi hanno aiutato a portare avanti la mia linea pittorica, a sviluppare dei concetti e a vedere le cose in un determinato modo. Loro li ho proprio amati ma preferisco non nominarli direttamente. In campo lavorativo, al contrario di quanto detto poco fa, sono stati più importanti i luoghi. Venezia, ad esempio, è un posto che, grazie a manifestazioni come la Biennale e agli stimoli architettonici e artistici che propone, mi ha aiutato tanto nello stare a stretto contatto e conoscere sia opere che artisti di tutto il mondo. Per il mio percorso pittorico vivere in un contesto simile non è stato affatto male come d’altra parte, studiando cinema, avere la Biennale in città è stato molto importante per capire meglio questo mondo da vicino.

Come e quando ti sei avvicinata all’arte pittorica?

Ho iniziato ad avvicinarmi all’arte durante il mio triennio accademico dedicato appunto alla pittura. Prima non avevo mai dipinto su tela ma avevo quasi e sempre solo disegnato: fin da piccola infatti il disegno è una pratica che mi è sempre piaciuta. A 19 anni quindi ho iniziato ad utilizzare i colori in modo un po’ professionale e non più solo intuitivamente, a capire il loro funzionamento e i loro accostamenti seguendo delle regole accademiche.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Mähært

Risale a quel tempo la creazione del tuo nome d’arte “Mähært”? È un tuo alter ego?

No, il nome d’arte è qualcosa di molto recente. Sono sempre stata propensa a non usare il mio vero cognome, sia per una questione di privacy sia perché ho sentito la necessità di esprimere un’altra me. Da quando avevo 15 anni sono sempre stata chiamata Frei, un cognome che non mi ha mai abbandonato e ha fatto sì che la gente mi conoscesse come Marta Frei. Quest’anno, sentendo di essere cambiata, ho capito che il mio nome e il mio cognome non potevano più rispecchiarmi e quindi dopo averci ragionato sopra a lungo ho elaborato il mio nuovo nome d’arte “Mähært”. Tutto è partito dalla volontà di voler mantenere il nome Marta (che mi piace) e dalla considerazione che in questo, come nelle parole inglesi earth e heart, è contenuta la parola art. Ho dunque realizzato una combo fra questi termini e questi suoni aggiungendo la dieresi sulla “a” che in francese cambia la pronuncia all’intera parola e come significato è traducibile con “mia arte”. All’inizio non è stato facile però ora sono contenta di questo cambiamento.

Hai parlato dell’accademia di Venezia: cosa ti ha dato frequentare quell’istituto e cosa ti sta dando invece in più Brera?

Sono partita da un’accademia di tradizione come quella di Venezia e poi mi sono spostata a Milano per studiare le nuove tecnologie per l’arte. La prima mi ha insegnato ad approcciarmi all’arte in modo più professionale, facendomi credere che potessi trasformare il mio sogno e la mia passione in un lavoro attraverso un percorso di studio. Mi ha dato dunque le basi per poter affrontare e avvicinarmi al mondo del lavoro in modo più concreto. Dall’altra parte, mi ha anche insegnato che ci sono tante cose da considerare nel mondo dell’arte sia a livello pratico, durante la fase di creazione e realizzazione di un’opera, sia a livello di approccio a questo mondo, un qualcosa che non è assolutamente semplice. “Bisogna conoscere persone e farsi spazio tra squali” mi dissero una volta e questo ora, per me che voglio lavorare nel mondo del cinema, vale ancora di più. Mentre nelle arti tradizionali può bastare conoscere persone ed entrare in alcuni giri, nel cinema è come entrare in una setta: o sei bravo a farti desiderare a tutti i costi e ad apparire come unico e raro o sei fuori.

A Brera, dove mi sto specializzando proprio in cinema, video e nuove tecnologie, ho compreso davvero che anche in questo campo ci vogliono assolute dedizione e passione per arrivare. Senza impegnarti non puoi concretamente ottenere un lavoro. In generale comunque, per quanto sia una delle più rinomate in Italia e abbia tantissimi corsi, Brera non è quello che mi aspettavo soprattutto a livello di gestione. I professori sono validi (e io ne ho conosciuti alcuni che mi hanno davvero aiutato) ma in alcune circostanze le cose lasciano davvero a desiderare. È triste, ad esempio, che nella sede distaccata come quella dove ero io non ci sia lo spazio necessario per esercitarsi e sperimentare come si dovrebbe.

Untitled di Marta Frei
Untitled di Marta Mähært

Spostandoci ai tuoi lavori pittorici volevo chiederti, agganciandomi a quelli che sono i tuoi studi attuali, se la tua inclinazione verso il cinema in qualche modo ha influenzato e influenza quello che poi realizzi su tela.

Direi di no. Dietro ai miei lavori c’è sempre la stessa persona ma nei due ambiti seguo filoni differenti e di conseguenza esprimo cose differenti. Ciò che realizzo in campo cinematografico dunque non c’entra con le mie opere pittoriche perché queste esprimono delle immagini che sono il prodotto di storie e sensazioni diverse. È anche vero però che, all’inverso, la pittura mi ha aiutato a capire meglio alcune cose dell’immagine digitale.

Avendo studiato a lungo c’è qualche artista, qualche maestro che invece ti ha ispirato più di altri e ha influenzato il tuo stile pittorico?

Indirettamente si, direttamente ni. Non vado in giro a dire che mi ispiro a un determinato artista ma, a posteriori, direi che i lavori di Dalì e di De Chirico hanno avuto un loro peso nel portarmi a fare quello che ho fatto.

Continua nella Seconda Parte

Intervista a Giulia Lazzaron // Seconda Parte

Scritto da Federico Guido

Ti piace giocare con i concetti creando una sorta di interazione psicologica con i tuoi fruitori: in questa mission che ruolo ha il colore? Che rapporto hai col colore rispetto al bianco e nero?

Li metto entrambi sullo stesso piano in realtà. Ci sono dei periodi in cui prediligo il colore, altri in cui invece preferisco il bianco e nero. La scelta viene sempre fatta in relazione a un’idea, a cosa voglio esprimere. Generalmente, il colore a me piace abbastanza saturo, qualità spesso conseguenza delle modifiche chimiche apportate alla fotografia.

C’è un colore che maggiormente apprezzi e con cui più di altri ti piace lavorare?

Sicuramente il blu. Ho avuto anche i capelli di questo colore e per un periodo sono andata in giro vestita completamente di blu. È calmante, racchiude una dimensione che mi rappresenta ed è anche il colore dell’acqua con cui, essendo Cancro e credendo nei segni zodiacali, dovrei (e in effetti ho) un forte legame.

Guardando alle tue opere, quanto le tue esperienze di vita emergono in ciò che rappresenti e che fotografi in particolare? I tuoi lavori sono più la trasposizione della tua interiorità o della tua esteriorità?

Rappresentano assolutamente la mia interiorità. L’opera è la raffigurazione di un’esperienza interiore molto forte, una sorta di specchio di ciò che provo dentro di me. Grazie ai miei lavori riesco a riflettere e soprattutto a evadere dalla realtà quotidiana, costruendo e ricreando nuovi mondi personali.

Quello dove vivi è un mondo che ti spaventa?

Balena di Giulia Lazzaron
Balena di Giulia Lazzaron

Sicuramente! È un mondo spaventoso ed è per questo che con le mie opere creo un mondo ideale.

Chi vede le tue opere vuoi che entri nel tuo mondo o vuoi che si limiti a una semplice contemplazione esterna?

Mi piacerebbe far entrare completamente lo spettatore nelle mie opere facendogli vivere un’esperienza che possa essere il più reale possibile. È questo che mi sta spingendo a voler esporre i miei lavori in modo diverso.

Che rapporto vuoi che le tue opere abbiano con lo spazio?

Voglio che le opere interagiscano con lo spazio. Nella mia testa l’opera deve essere l’intera installazione di una mostra. Per Milano PhotoFestival, ad esempio, cambierò completamente la sala usando dei pattern su carta olografica.

Quale delle mostre a cui hai partecipato ti ha segnato di più?

Tra quelle più recenti dico la mostra con Mirko Baricchi in Galleria 8,75 Artecontemporanea (Reggio Emilia) in collaborazione con Cardelli & Fontana dove ho potuto dialogare con un artista molto più grande di me. Ho apprezzato molto anche BOOMing Contemporary Art Show, una fiera a cui ho partecipato con spazio Vibra e dove ho fatto anche un live con incisione su carta fotografica interagendo molto con il pubblico accorso a vedermi.

Che rapporto hai con le persone che vengono alle tue mostre?

Molto bello direi. A me piace parecchio parlare in prima persona con i fruitori delle mie opere.

Molte mostre e tempi lunghi di realizzazione: riesci a fare altro nella vita di tutti i giorni?

C’è stato un periodo in cui mi sono unicamente occupata della mia arte e altri in cui per necessità mi sono dovuta cercare qualche lavoretto da fare. Adesso, ad esempio, sto lavorando con i bambini delle scuole elementari e la cosa mi piace perché sto disegnando un sacco: in pratica mi hanno presa per una disegnatrice e passo ore a realizzare unicorni e fare i contorni. Oltre a questo, amo il contatto umano con i bambini, mi dà veramente tanto perché sono puri e non hanno tutte le sovrastrutture che abbiamo noi adulti.

Mondo Sotterraneo di Giulia Lazzaron
Mondo Sotterraneo di Giulia Lazzaron

In tutto questo c’è anche la collaborazione con Looking for Art e, a tal proposito, volevo chiederti come ti sei trovata con loro.

Pur con mille cose da fare, mi sono trovata abbastanza bene. Apprezzo molto questa loro voglia di lavorare con i giovani e di spingerli verso nuove direzioni: questa è stata la chiave che mi ha spinto a firmare con loro. Mi ha fatto piacere che mi abbiano messo su KOONESS dandomi una bella visibilità.

Quello di LfA è un progetto fresco e attento al panorama artistico attuale. A tal proposito volevo chiederti: che senso ha per te fare arte oggi e perché?

Bella domanda. Per me, il senso del fare arte sta nella possibilità di parlare di grandi tematiche, anche molto difficili da trattare. Un esempio è appunto il body positivity che, per quanto complesso, ho provato a trattare attraverso la mia esperienza e quelle di altre persone attorno a me cercando di arrivare al maggior numero di fruitori possibili. Ad ogni modo credo sia importante discutere di tematiche contemporanee riguardanti tanto il mondo esteriore che quello interiore.

A livello personale, c’è qualcosa in particolare che vorresti sperimentare come supporti o tecniche?

Il mio obiettivo è sempre quello, creare delle installazioni in cui il pubblico interagisca davvero con lo spazio e con le opere. Per riuscirci, in occasione dei prossimi eventi mi ispirerò a Christoph Ruckhäberle, uno dei tanti che all’estero lavora su questo aspetto. In futuro poi vorrei anche inserire nelle mie esposizioni delle piccole “sculture” con la carta fotografica incisa o creare degli acquari col plexiglass in cui far galleggiare le mie opere. Questi sono tutti progetti a cui pian piano sto lavorando.

Mondo Sotterraneo di Giulia Lazzaron
Mondo Sotterraneo di Giulia Lazzaron

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Via Romolo Gessi, 28
20146 Milano

LUN – VEN 11.00 – 19.00

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