Intervista a Fahd El Harti

Intervista scritta da Federico Guido

Trovi tutte le Opere di Fahd El Harti al link: https://lookingforart.it/artista/fahd-el-harti/

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi. 

Avevo 9 anni quando ho cominciato ad usare, senza alcuna guida, i colori con le dita: da allora l’esigenza di dipingere è diventata sempre più forte in me. Oggi la pittura fa parte della mia vita ed è un qualcosa che mi stimola continuamente. Sono sempre rimasto affascinato da come alcuni semplici colori su una tela possano trasmettere un determinato tipo di sensazioni ed emozioni. Questo meccanismo mi ha fatto comprendere che l’arte rappresenta un tipo di linguaggio molto particolare che deve essere decifrato ogni volta. 

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi? 

Ci sono state molte figure che mi hanno aiutato ad approdare su questa grande isola chiamata arte, a partire dai grandi maestri come Leonardo, Pollock e Gharbaoui. Fuori dalla sfera artistica, un ruolo importante lo hanno avuto le persone a me vicine, mia madre (una donna con una storia non indifferente), i miei fratelli e mio padre (un uomo che ha inciso sulla mia personalità in maniera molto forte) in primis. Tutte queste influenze in qualche modo sono rintracciabili nel mio universo artistico.

Cosa porti della tua terra d’origine nelle tue opere? Come le tue radici influenzano i tuoi lavori?

Il colore, il movimento, la generosità, la disponibilità, la consapevolezza di essere parte di un tutto molto più grande, il dare senza la pretesa di avere in cambio sono tutti elementi e insegnamenti che convergono nella mia arte e che mi fanno guardare con speranza a quello che produco. 

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato? 

Sono un attento osservatore di ciò che mi circonda e dell’ambiente in cui vivo quotidianamente, un contesto davvero ricco di stimoli e situazioni in grado di ispirarmi. Anche per questo motivo, non penso troppo a ciò che devo dipingere ma, al contrario, sono uno che ama spesso mettersi all’opera senza riflettere sul come o sul perché. 

Qual è il tuo rapporto col colore? 

Ho un rapporto diretto, direi quasi fisico con il colore.

Dinner Underground di Fahd El Harti
Dinner Underground
Link: https://lookingforart.it/prodotto/dinner-underground/

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché? 

Potrei dirti il rispetto per la natura o la speranza che l’uomo abbandoni il suo egocentrismo ma, in ogni caso, non saprei rispondere con precisione. Nei miei lavori infatti cerco più che altro di liberarmi e trasmettere le sensazioni che provo negli istanti in cui dipingo.

Come definiresti la tua arte? Quanto incidono la quotidianità e l’attualità nei tuoi prodotti finali? 

A 25 anni la definirei selvaggiamente naturale. Tutto quello che dipingo è attuale e frutto della mia relazione col mondo quotidiano, un rapporto che inevitabilmente parte dalle osservazioni oculari di ciò che mi circonda che poi vengono elaborate dal mio subconscio e mixate con diversi tipi di sensazioni: il risultato spesso è un quadro con soggetti unici, mai visti prima.

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza? 

Bene. Mi rapporto con artisti professionali, giovani e affamati di arte proprio come me. Penso che il progetto di aiutare artisti emergenti ad esprimersi liberamente sia un grande investimento per il futuro.  

My Friend di Fahd El Harti
My Friend
Link: https://lookingforart.it/prodotto/my-friend/

Le Leonesse

Intervista ad Alice Capelli

Immagine di copertina “Le Leonesse” di Alice Capelli
Disponibile subito al link: https://lookingforart.it/prodotto/le-leonesse/

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte?

La mia passione per l’arte è nata sicuramente da bambina quando ho cominciato a disegnare e mi sono imbattuta per la prima volta nella fotografia. Infanzia a parte però, dove il mio approccio al mondo artistico rientrava in una dimensione ludica, è di recente che la mia passione si è evoluta assumendo i connotati di un vero e proprio lavoro. Tre anni fa, infatti, mi sono diplomata in scenografia e ho intrapreso il percorso di studi per diventare arte-terapeuta. Durante il triennio accademico ho scoperto che, prima di aiutare gli altri attraverso l’arte, ciò che volevo davvero era innanzitutto formarmi come artista ed è da quel momento che ho iniziato ad interessarmi sempre più da vicino all’elaborato pittorico e all’atto processuale. Da tre anni a questa parte dunque, dopo essermi precedentemente dedicata più alla fotografia, ho cominciato a lavorare e ad occuparmi professionalmente di pittura, cercando di mostrare nelle mie opere il processo e il modo attraverso cui arrivo a dar vita al prodotto finale. È stata questa esigenza interiore a infiammare una passione che, per quanto mi riguarda, non corrisponde a nient’altro che a una necessità, a un bisogno di esprimersi e di realizzare cose concrete che sopravvivano al tempo.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

L’ambiente in cui sono cresciuta ha fatto sì che mi potessi approcciare in maniera del tutto naturale al disegno e al mondo artistico, consentendomi di capire fin da piccola che in futuro mi sarei potuta muovere nell’ambito. In questo senso i miei genitori sono stati fondamentali: mia madre, lavorando nella moda, mi ha trasmesso il senso del gusto, della linea e della sensazione, mentre mio padre mi ha affascinato coi suoi disegni e mi ha fatto scoprire e apprezzare il rumore dei pastelli e della matita. Successivamente, sono stati i professori incontrati durante il percorso accademico a influenzarmi e ad aprirmi gli occhi su quanto impegno e lavoro siano necessari per realizzare un’opera d’arte. Grazie a loro mi sono innamorata del mestiere, del mondo delle esposizioni, del contatto col pubblico, dell’opera in sé e di tutti i significati che la circondano.

Tematica centrale nelle tue opere è l’erotismo: qual è la tua personale accezione di erotismo e come la veicoli?

L’erotismo è un argomento vastissimo, anche un po’ scomodo per certi versi. Spesso viene frainteso e non viene realmente capito fino in fondo. La mia scelta, nell’approcciarmi e poi nel lavorare su questo tema, è stata quella di partire dall’etimologia della parola e da ciò che lo innesca, ovvero il desiderio. Per me l’erotismo è proprio il prodotto di azioni originate dal desiderio: ogni movimento, gesto o interazione dell’essere umano è frutto di un diverso livello di erotismo interiore. Non tutti scavano dentro sé stessi per capirlo, io l’ho sempre fatto grazie ai miei genitori che mi hanno permesso di comprendere e vivere l’erotismo nella maniera più bella e naturale possibile. Nella mia arte, dunque, cerco di affrontare in maniera propositiva il tema erotico (argomento che ancora oggi in molti casi rappresenta un grandissimo tabù) osservandone in particolare i sottili ma essenziali risvolti psicologici e raffigurandolo provando a trasmettere una decisa vivacità. Per questo, ad esempio, utilizzo sempre colori forti. Inoltre, a livello espositivo, ho scelto di dar vita a delle suggestioni piuttosto che a delle rappresentazioni: “rappresentare” è la parola che, secondo me, danneggia maggiormente il lavoro di un artista ed è questo il motivo per cui ho deciso di non rappresentare direttamente la sessualità ma di provare a creare un erotismo intrinseco sfruttando il movimento e la materia pittorica (fattori già di per sé erotici).

Le Serpi
“Le Serpi” di Alice Capelli
Disponibile subito al link: https://lookingforart.it/prodotto/le-serpi/

Quali sono i motivi alla base dell’intenso uso del colore e del tratto molto accentuato che caratterizzano le tue opere?

Nel mio caso, sia il colore che il tratto sono elementi molto istintivi che hanno risentito entrambi della mia attrazione per l’espressionismo, la trans-avanguardia e maestri iconici come Willem de Kooning, Gorky e Kokoschka. Influenzata anche da loro, il mio gesto e i miei segni seguono l’istinto e si rifanno alla danza, una disciplina dove i movimenti sono morbidi e sicuri: questa è la ragione per cui il più delle volte il mio tratto risulta incisivo e graffiante. Per quanto riguarda invece le scelte cromatiche, l’uso che faccio del colore è lo specchio della mia visione del mondo e della vivacità con cui vivo la vita quotidiana, faccio esperienze e coltivo le mie relazioni. In sostanza il colore è una delle componenti fondamentali per veicolare la mia pittura, senza di esso mi sentirei un po’ oppressa. Le rare volte in cui uso il bianco e nero, infatti, è per lavori che sento meno.

Che rapporto hai con il tuo corpo? Come e cosa trasmetti della tua personale relazione con la fisicità nei tuoi lavori?

Ho un rapporto estremamente positivo col mio corpo e per questo devo ringraziare ancora una volta i miei genitori. Sono loro che mi hanno insegnato ad averne una visione positiva, ad accettarmi e ad amare me stessa per quello che sono concedendomi di esprimermi liberamente come meglio credessi (io l’ho fatto decidendo di danzare). Per questo, ad esempio oggi, non vivo la nudità come tale: in casa mia sono perennemente nuda ma mi sento come se avessi indosso il vestito più comodo del mondo. Questo perché vivo la mia fisicità al 100% e accetto il mio corpo per quello che è, ovvero un qualcosa che va amato e curato. Questo influenza anche le mie opere che infatti sono intrinsecamente legate alla corporalità. In esse si ritrova una forte struttura del gesto e del movimento, un evidente richiamo alla danza e soprattutto una chiara messa in mostra della nudità che tuttavia, ribadisco, non è l’elemento che conferisce carica erotica a un corpo: quella è data dal rapporto che ognuno di noi ha con il proprio fisico.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

LfA è una StartUp incredibilmente propositiva. È bello che ragazzi e giovani artisti abbiano creato tutto questo, a partire dal Contest per arrivare poi alla Galleria e all’e-Commerce. Sono persone professionali e competenti e credo che possano veramente arrivare lontano perché dietro al loro incredibile lavoro si celano un’immensa dose di talento, passione e amore. Collaborando con loro è facile accorgersene. Il fatto poi che abbiano deciso di dar voce a giovani artisti come anche semplicemente a chi scatta fotografia o dipinge per diletto, permettendo a molti di mostrare i propri lavori e mettersi in discussione, è davvero bellissimo.

L'Ultima Volta
“L’Ultima Volta” di Alice Capelli
Disponibile subito al link: https://lookingforart.it/prodotto/lultima-volta/

VISITA IL PROFILO DI ALICE CAPELLI!
https://lookingforart.it/artista/alice-capelli/

Intervista a Filippo Magri

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi. 

La mia passione per l’arte e il disegno nasce in tenera età e si sviluppa durante gli anni scolastici esplorando mondi come quelli dei graffiti e della street art. Dopo il conseguimento della laurea mi sono avvicinato invece alla sfera dei tatuaggi, iniziando prima come apprendista e poi trovando modo di operarvi a tempo pieno.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi? 

Le mie principali fonti di ispirazione sono stati i grandi writer del passato così come i grandi tatuatori e, allo stesso modo, gli artisti che hanno lavorato nell’ambito della street art.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato? 

Le mie opere nascono in realtà in maniera molto spontanea, partendo da vere e proprie illuminazioni più che da lunghe riflessioni. Sono l’evoluzione (artistica e concettuale) di uno stile che porto avanti da tempo.

Qual è il tuo rapporto col colore? 

Per quanto riguarda le tele e i graffiti mi piace molto giocare e sperimentare con i colori; nei tatuaggi invece, facendo uno stile particolare come il lettering, mi capita raramente di utilizzarlo.

Filippo Magri
Di Filippo Magri

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché? 

Più che un messaggio, mi piacerebbe far riuscire a capire e a trasmettere l’amore per quello che faccio e l’impegno che occorre ogni giorno per dedicarsi unicamente a questa passione.

Perché ti affascinano i tatuaggi? Come coniughi la passione per questi ultimi con la pittura?

I tatuaggi mi piacciono fin da bambino così come la cultura rap e hip-hop. Cimentandomi negli stili del chicano e soprattutto del lettering sono riuscito a entrare ancora più in simbiosi con questi mondi, realizzando lavori sempre aderenti a una stessa linea e specializzandomi nella calligrafia. Quest’ultima è una branchia del lettering presente più nei graffiti e nelle tele che nei tatuaggi ma, nonostante ciò, quello che sto cercando di fare è appropriarmi della tecnica e sfruttarla per elaborare uno stile personale con cui poi operare in entrambi i campi, pittura e tatuaggi. 

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza? 

Con LfA mi sono trovato molto bene, i ragazzi che ne fanno parte sono gentili, disponibili e non ultimo, educati. Penso che sia importante quello che fanno, ovvero cercare di valorizzare qualcosa di concreto e così espressivo come l’arte in un mondo ormai digitale e fittizio, dando la possibilità a chiunque di esprimersi e proporre la propria idea e i propri lavori.

Filippo Magri
Di Filippo Magri
Brexit

Intervista a Ilaria Villa

Scritto da Federico Guido
Trovi tutte le Opere su: https://lookingforart.it/artista/ilaria-villa/

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Quando ero piccola mi piaceva sempre guardare gli altri disegnare e divertirmi poi in prima persona impugnando matite e pennelli. È da quei primi esperimenti, dai tentativi di riprodurre una montagna con la mano sinistra e da tutte le prove fatte per imparare a creare una stella, che è nata la passione. L’arte, dunque, per me ha svolto un ruolo importante fin da subito e per questo devo ringraziare le persone, da mia nonna a mio papà fino a mio zio, che mi hanno cresciuta e me l’hanno fatta apprezzare.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Sono sempre stata una persona facilmente influenzabile, nel senso positivo del termine. Credo infatti che prendere spunto da altri artisti non sia un male ma anzi, rappresenti una possibilità per crescere e trovare la propria strada. In quest’ottica, sfogliare i libri di storia contemporanea e partecipare a mostre o fiere fruendo di un considerevole numero d’opere d’arte rappresentano ottime soluzioni. A livello personale, tuttavia, ho sempre fatto fatica a indicare quale sia stata l’opera che, più di tutte, mi abbia influenzato: forse, più che di un singolo lavoro, nel mio caso è meglio parlare di più artisti che sono stati capaci di lasciare un segno dentro di me.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Avendo frequentato il liceo artistico sono cresciuta con l’abitudine di partire sempre da un progetto, un’idea su cui riflettere e scavare il più a fondo possibile. Quando parlo di un’idea non mi riferisco solo a qualcosa di astratto ma anche a un concetto attinto da oggetti concreti come, ad esempio, la durezza dell’ardesia o la trasparenza del plexiglas. Ritengo infatti che, come ci si può figurare nella mente un’immagine a partire da un concetto, allo stesso modo si può realizzare un’opera a partire da un supporto o un colore. In ogni caso, sebbene la parola “ispirazione” nel mondo dell’arte sia inflazionata, credo che un artista non possa sempre dipingere partendo dai propri “colpi di fulmine” ma debba anche basarsi sulle proprie esperienze vissute, su ciò che ha visto, sentito o letto.

Per quanto riguarda il titolo, sono solita sceglierlo sempre a opera ultimata quando, a volte, è l’opera stessa a suggerirmene uno adatto a richiamare il significato racchiuso in essa.

Burattino NO
Burattino NO di Ilaria Villa disponibile a:
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Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Molte delle mie opere riprendono temi attuali riguardanti l’uomo ed il modo in cui egli sceglie di vivere e rapportarsi con il mondo: nella serie dei miei cartelli stradali, ad esempio, affronto più da vicino argomenti strettamente politici e sociali mentre, nelle mie opere su ardesia, mi concentro maggiormente sul lato emotivo legato all’attualità, denunciando come l’uomo sia allo stesso tempo burattino e burattinaio del mondo e come le sue due anime (quella buona e quella cattiva) debbano convivere per farlo sopravvivere. In tutto questo ritengo che il supporto utilizzato, e non solo l’oggetto rappresentato, abbia un ruolo importante nel trasmettere un pensiero preciso ed è così che ho realizzato sia le mie “prime vere opere d’arte” che quelle più recenti, caratterizzate da un attento uso di materiali di riciclo.

Perché e che senso ha fare arte oggi per te?

Per me fare arte al giorno d’oggi significa produrre qualcosa per lasciare un ricordo che possa durare nel tempo. Perché ci ricordiamo degli artisti passati? Per quello che ci hanno lasciato attraverso le loro opere, non per il volto o il loro carattere bizzarro. Come i loro quadri, conservatisi in gallerie e potenzialmente sempre sotto i nostri occhi, anche l’arte dei nostri giorni può diventare ed essere senza tempo. Deve essere la nostra impronta personale da lasciare ovunque, un qualcosa che non può e non deve cancellarsi.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Per un artista di qualsiasi età muoversi in questo ambiente non è facile, ci sono ostacoli difficili da superare a partire dal trovare la propria originalità. LfA è una realtà essenziale per noi giovani artisti perché i ragazzi che ne fanno parte, animati da un lodevole spirito di iniziativa, puntano su di te e sul tuo talento dandoti un’occasione per poter sfondare e provando a inserirti in questo mondo cercando di guidarti nella giusta maniera.

Il Quinto Comandamento
Il Quinto Comandamento di Ilaria Villa, disponibile a:
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Intervista a Jasmin Pitalieri

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Fin da bambina io e le mie sorelle siamo state educate e portate ad avvicinarci ad ogni tipo di arte grazie a nostra madre. È lei che ci ha fatto conoscere la musica, la danza, l’illustrazione, la storia e poi anche il disegno per il quale provo una passione autentica. Con la matita in mano sento infatti la creatività scorrere leggera ed evolversi con i colori.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Mia madre ha avuto indubbiamente una notevole influenza su di me. Lei è stata la mia maestra e la mia sostenitrice numero uno, permettendomi di rivelare il mio lato creativo e incoraggiandomi ad esprimere il mio carattere e la mia emotività attraverso una forma d’arte. Prima è stato il caso del teatro con cui, dai 10 ai 16 anni, sono riuscita a conoscere meglio il mio corpo e la mia anima. Poi ho cominciato a dar sfogo alle mie esigenze espressive trovando quei momenti, all’interno della mia camera, in cui disegnare o colorare le pareti. Quindi, confrontandomi e prendendo spunto dai contenuti facilmente reperibili sui social media, mi sono avvicinata in maniera naturale a nuove tecniche disegnative e, fra queste, in particolare al fumetto. Concentrandomi su quest’ultimo e ricevendo molti feedback positivi a riguardo, ho avuto modo di crescere e soprattutto di incontrare, come in occasione del Romics (Festival Internazionale del fumetto a Roma), giovani ragazzi e fumettisti italiani in grado di ispirarmi ulteriormente. In particolare, ho apprezzato la loro determinazione e il loro coraggio nel voler pubblicare novelle grafiche introspettive con uno stile che oggi posso dire mi appartenga.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

La parte più difficile delle mie opere è il titolo in quanto risulta difficile attribuirlo a priori a disegni che sono frutto di idee e sensazioni del momento. Non nego che rifletto molto prima di iniziare a disegnare ma il prodotto finale è comunque il risultato di un’ispirazione istantanea. A volte capita che i miei schizzi non vengano come li avevo immaginati e allora, trovandomi in difficoltà, mi fermo virando subito verso un’altra idea.

Le mie opere sono strettamente legate ai miei pensieri che provo a sviluppare e fissare attraverso il disegno nel tentativo di stabilire una connessione o avviare una riflessione con le persone che ne fruiscono.

Qual è il tuo rapporto coi soggetti che illustri?

Nel 90% dei casi il soggetto delle mie opere sono io stessa con riflessioni e pensieri che elaboro ascoltandomi interiormente, cosa che però non sempre mi va di fare. Quando disegno altri soggetti lo faccio come passatempo temporaneo, necessario per sopravvivere e distrarsi.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Con le mie opere voglio suggerire di ascoltarsi, di prendere del tempo per sé stessi e accettarsi. Tramite l’introspezione e la solitudine si può arrivare ad un’accettazione di sé stessi necessaria per la convivenza con il prossimo.

Cosa ti affascina dell’illustrazione? Perché e che senso ha disegnare oggi per te?

Non c’è cosa più bella di poter fare ciò che si vuole e nell’illustrazione, ad esempio, puoi decidere di creare uno scenario totalmente personale e unico. Questo è il caso di una delle mie opere preferite (“La solitudine”) dove il soggetto è sdraiato su una bolla di sapone gigante e sorvola i tetti delle case nell’atmosfera di un sabato sera. È irreale ma con l’illustrazione puoi sognare uno scenario e realizzarlo. Il disegno è esattamente questo per me: un sogno che diventa realtà.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Per programma e numero di eventi credo che Milano sia una delle città al top per quanto concerne l’arte, un luogo dove esistono tante associazioni per promuovere artisti e dove gli istituti scolastici a indirizzo artistico aiutano gli studenti a mettersi in mostra tant’è che anch’io, grazie alla mia scuola, ho avuto l’opportunità di esporre alla Triennale di Milano due anni fa. LfA fa parte di questo contesto e aiuta Milano a crescere, a procedere su questa strada.

Che ne pensi dell’illustrazione italiana contemporanea?

Personalmente non sono molto ferrata sul caso particolare dell’illustrazione italiana contemporanea. Conosco tuttavia il quadro generale dove la maggior parte delle opere vengono ormai realizzate digitalmente tramite strumenti e appositi programmi: Photoshop per l’editing, Illustrator per disegni vettoriali, Procreate per iPad o la tavoletta grafica per disegni liberi. Tutto ciò rappresenta un grande incentivo per la creatività ma un passo indietro a livello visivo. Per quanto mi riguarda, io utilizzo l’iPad e in futuro sfrutterò la tavoletta grafica per il PC. Così facendo infatti, posso avere a disposizione funzioni digitali ampie e il lavoro risulta sempre pulito, replicabile e di qualità. D’altro canto, è anche vero che la concentrazione luminosa del computer a lungo andare stanca e indebolisce l’occhio ma ai giorni nostri è un rischio che corriamo.

Intervista a Jacopo D’Amico

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Come si può vedere in alcuni vecchi filmati di famiglia, già da piccolissimo ero naturalmente attratto dalla fotografia: correvo dietro ai gatti della nonna con una piccola Kodak usa e getta e, seppur non sapessi come funzionasse, questa forse è la testimonianza di come inconsciamente mi sentissi già legato a questo strumento. In seguito, durante i primi anni del liceo, è stata l’influenza di mio padre (da giovane aveva avuto una piccola parentesi con la fotografia) ad avvicinarmi ulteriormente a questo ambito, sfruttando la sua vecchia macchina a rullino e cominciando a sperimentare cosa volesse dire vedere il mondo attraverso un mirino ed un obiettivo. Negli anni successivi ho poi iniziato a muovere i miei primi e timidissimi passi grazie all’acquisto della mia prima macchina, alla quale però inizialmente non mi sono dedicato anima e corpo.

Il punto di svolta l’ho avuto quando, al secondo anno di università, ho frequentato un laboratorio di linguaggi della fotografia dove ho compreso che valore avesse e quanto fosse importante raccontare attraverso un’immagine. Ho finito per divorare letteralmente le spiegazioni e i racconti della professoressa, a tal punto che una piccola certezza ha iniziato a crescere dentro di me: la fotografia poteva davvero essere la mia strada. Da quel momento ho iniziato a studiare, a osservare, a documentarmi, a investire e a dedicarmi tutti i giorni a questa passione.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Se guardiamo al mondo artistico ci sono due giganti che mi hanno influenzato e ai quali guardo con continua ammirazione: Annie Leibovitz e Sebastião Salgado. Sono due fotografi molto distanti tra loro e con approcci diametralmente opposti ma, insieme, rappresentano i due artisti che più mi hanno stimolato a buttarmi in questo mondo. Considerando invece coloro che mi sono sempre stati vicino, la persona più importante è stata sicuramente mio padre, il cui sguardo artistico ed estetico con un piglio quasi poetico è lo stesso con cui io oggi osservo il mondo circostante quando sono alla ricerca di uno scatto.

Poi voglio sicuramente citare la professoressa Francesca Guerisoli e una mia cara amica che una volta mi ha detto “Jacopo, a me le tue foto piacciono e sei davvero bravo”. A loro due sono da attribuire le principali “colpe” per avermi fatto intraprendere questa strada.

Come nascono i tuoi scatti? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

In fotografia c’è sempre stato il grande scontro tra chi “coglie l’attimo” e chi “lo costruisce”: io non mi sono mai voluto limitare chiudendomi in una di queste due categorie. Molte delle mie foto che reputo belle sono frutto di istanti rubati per strada ma altrettante sono il risultato di momenti pianificati a tavolino, di prove, errori e soprattutto di tanta pazienza messa in campo sia da parte mia che della mia ragazza. I titoli dei miei scatti arrivano sempre in un secondo momento quando, visualizzando nella mia testa le storie dietro a ogni fotografia, estrapolo un titolo che permetta allo spettatore di capire ed entrare in connessione proprio con la storia legata allo scatto di riferimento.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso i tuoi scatti? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

I miei scatti sono stati definiti romantici ed è proprio quello, nella maggior parte dei casi, il messaggio che cerco di trasmettere. Vago tra la concezione moderna del termine e il significato che gli attribuivano i tedeschi nella letteratura di fine ‘700. Cerco sempre di catturare qualcosa che generi un’emozione: a volte si tratta di gioia, altre volte di stupore o rabbia, altre ancora di nostalgia. Al contempo però sono anche un sostenitore della fotografia fine a sé stessa, quel tipo di fotografia prodotta per meri fini estetici, per il gusto di produrre qualcosa di bello che possa piacere anche agli altri senza voler necessariamente comunicare qualcosa.

Cosa ti affascina della fotografia? Perché e che senso ha fare fotografia oggi per te?

Sono due gli aspetti che più mi affascinano della fotografia: il poter documentare ciò che succede nel mondo e il poter mostrare agli altri ciò che vedono i miei occhi.

Sono convinto che ci sarà sempre bisogno della fotografia. Nel corso del tempo ha avuto diversi ruoli ma oggi, in una società prettamente visiva come la nostra, credo che il suo maggior pregio sia quello di essere un potentissimo strumento di comunicazione a prescindere che il messaggio da veicolare passi per uno scatto sul fronte di una guerra o un selfie scattato in un locale.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

LfA è la realtà che più mi ha permesso di mettermi in gioco. Partecipando al Contest mi sono sentito stimolato e, grazie alle iniziative dei ragazzi che ne fanno parte, ho potuto incontrare un sacco di persone le cui idee e abilità mi hanno quotidianamente stimolato a crescere come fotografo. Da un punto di vista personale, trovo che il risvolto migliore del progetto sia proprio la possibilità (non per tutti) di rapportarsi con tante persone che vedono e hanno una concezione del mondo simile alla tua.

Intervista a Elena Surovet

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Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Fin da bambina ho sempre avuto l’inclinazione per le attività laboratoriali e creative e con il tempo questo non è cambiato, portandomi sempre di più ad avvicinarmi al mondo dell’arte. Ho cominciato il mio percorso iscrivendomi al liceo artistico per poi proseguire gli studi all’Accademia di Brera di Milano. Proprio qui, in una città dalle mille opportunità, ho trovato i primi modi di coltivare la mia passione al di fuori dall’ambiente scolastico e accademico.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

In famiglia nessuno ha mai mostrato particolare interesse verso l’arte ma tutti in ogni caso hanno sempre dimostrato di credere in me, evitando di mettermi sotto pressione e di farmi pesare troppo una scelta che avrebbe comportato sicure difficoltà. Il mio percorso comunque è appena cominciato: studio la storia dell’arte per arricchire di contenuto quello che faccio; mi guardo intorno, per tenere sempre presente il contesto in cui vivo e farlo trasparire nelle mie opere. Ad influenzarmi, quindi, non sono tanto delle figure in particolare ma piuttosto ciò che mi succede intorno, ciò che vivo, le esperienze, le sensazioni, la quotidianità. Se però dovessi soffermarmi sugli artisti per cui ho molto riguardo citerei Johan Barrios, Vanessa Beecroft, Jenny Saville e Sophie Rambert.

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere sono sicuramente frutto di osservazioni della vita quotidiana. Ci sono dei momenti in cui l’osservazione va oltre ai semplici dati sensibili. Mi piace studiare le persone, i rapporti che ci sono tra queste ma ancora di più mi interesso alla loro dimensione interiore, quindi alla parte più intima, sfuggente e astratta di un individuo come, ad esempio, uno stato d’animo. Quando parlo di «stati d’animo» però non mi riferisco alle emozioni, al sentimento di gioia o di tristezza o di rabbia, ma a degli stati emotivi spesso indescrivibili. I miei disegni nascono proprio come tentativo di renderli visibili.

In alcune delle mie opere mi sono ispirata a capacità come l’empatia, il dialogo interiore. In altre ho indagato stati come la vergogna, il senso di impotenza, la noia e l’apatia. Questi ultimi, in particolare, per me sintetizzano alla perfezione lo stato d’animo tipico di una società come la nostra dove, nonostante venga riconosciuta la presenza di scheletri nell’armadio, si continua a vivere sempre nella stessa maniera.

Non sono brava a dare un titolo alle mie opere, mi piace che parlino senza alcun tipo di ausilio, senza la necessità di parole.

Al Sicuro di Elena Surovet
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Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Il mio intento è quello di parlare attraverso le immagini, attraverso la vista, attraverso ciò che si sente guardando una determinata cosa. Composizione, espressività, forma e pensiero sono gli elementi che compongono i miei lavori. Non limito ciò che faccio al piacere personale, penso sempre alla condivisione: la mia opera simboleggia ciò che voglio dire agli altri, un messaggio che può essere espresso attraverso un’immagine, una forma o anche a parole.

Cosa ti affascina del disegno e della pittura? Perché e che senso ha fare disegnare oggi per te?

Mi affascina tutto quello che ha a che fare con il creare. L’uomo ha la grandiosa capacità di saper fare, la creazione è una sorta di pulsione naturale che ognuno di noi ha. La pittura e il disegno sono solo due tra i tanti modi in cui l’uomo si esprime. Disegnare per me è quindi, prima di tutto, la risposta a un istinto, a un bisogno, ma c’è anche da dire che per entrare nel mondo dell’arte questo non basta, c’è bisogno di una riflessione profonda su ciò che si fa, sul senso, su quello che si vuole dire e in questo momento della mia vita sto proprio lavorando su questo. Cerco di coltivare una riflessione intorno alle mie opere, di studiare il contesto storico in cui viviamo, di porre attenzione sulla sfera sociale, emozionale e individuale. Tutto questo con l’obiettivo, un giorno, di poter realizzare opere che siano in primis il risultato di un pensiero che possa essere interpretato e compreso anche (o forse è meglio dire soprattutto) da altri.

Come ti stai trovando con LfA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Sono molto felice di far parte di LfA, i giovani vanno incontro a tantissime difficoltà se decidono di cimentarsi nel mondo dell’arte, difficoltà che spesso portano alla rinuncia da parte di molti. Io stessa, nel momento in cui mi hanno contattata, ero molto dubbiosa sul mio percorso, molto insicura: non sapevo da dove cominciare! Looking for Art offre grandissime opportunità e il fatto che sia gestito anch’esso da giovani mette l’artista a proprio agio.

Tra quelle presenti nella sezione a te dedicata su LfA, qual è l’opera più rappresentativa del tuo stile o quella a cui sei più legata?

Direi “Trittico” (opera di copertina dell’articolo).
È la terza (e l’ultima, per ora) della mia prima serie di opere di quelle dimensioni. Penso che, ad oggi, sia l’opera più rappresentativa del mio stile. Essa è un gioco di composizione e luce. I corpi sono stesi e si reggono con la minima forza. Sono tre, uno sotto il peso dell’altro. Le ombre cadono nette sui corpi come stessero osservando la superficie lunare. Le espressioni dei volti sono assenti, come i loro sguardi, abbandonati all’apatia, non fanno resistenza al peso sovrastante, inglobati da uno spazio assente che non lascia trasparire alcun senso di profondità.

Filippo Rossini 1 di Elena Surovet
Filippo Rossini di Elena Surovet:
https://lookingforart.it/prodotto/filippo-rossini-1/

Intervista a Pietro Tagliabue

Trovi tutte le Opere di Pietro a:
https://lookingforart.it/artista/pietro-tagliabue/

Scritto da Federico Guido

Come e quando nasce la tua passione per l’arte? Parlaci un po’ dei tuoi inizi.

Sono figlio d’arte visto che mio nonno materno era Pietro Crescini, autore di diverse perle dell’architettura italiana come il Piccolo Teatro Strehler di Milano. Ispirato da lui e guidato dai suoi insegnamenti, ho assecondo la mia natura artistica e come altri in famiglia prima di me ho frequentato l’Istituto d’Arte Beato Angelico sempre a Milano, indirizzo di decorazione pittorica. Diplomatomi in Maestro d’Arte, ho poi proseguito sulla via della pittura e dello studio della figura esponendo le mie tele in alcuni eventi internazionali di arte contemporanea e varie gallerie d’arte.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Sicuramente mio nonno Pietro è stato il primo e più vicino sostenitore dato che in famiglia è grazie alla sua passione se ci siamo avvicinati all’arte. Ho apprezzato particolarmente (e di conseguenza studiato) Artisti come Modigliani, De Chirico, Magritte, Soutine, Toulouse-Lautrec, Tozzi… Adoro il moderno europeo anche se ho un debole per il classicismo italiano e francese.

Formazione Stellare
Formazione Stellare di Pietro Tagliabue
https://lookingforart.it/prodotto/formazione-stellare/

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere nascono da emozioni personali sperimentate in luoghi precisi e con persone che poi ho finito per immortalare sulla tela dipingendole, o meglio, scattandole una sorta di fotografia. Tutto dipende dal fatto che il luogo o il modello prescelti riescano a regalarmi o meno un’emozione (sia positiva che negativa), un profumo, una sensazione stimolante. Essendo circostanze che ricordo o che sogno, interpreto queste attraverso un’energia eterea, romantica, canonica, riconducibile alla mia emotività e dunque avviando un circolo vizioso: vivo un luogo, vivo una persona e quindi li imprimo su una tela che mi riporta a quel luogo e a quella persona. Spesso il titolo viene imposto prima di iniziare a vivere ed esplorare un luogo… ma sappiamo che a volte c’è qualcosa più grande di noi che può passarci attraverso e cambiare tutto.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Non voglio comunicare nessun messaggio particolare. Quello che cerco di fare è semplicemente provare a trasmettere la sensazione che ho provato nel momento del ritratto e tentare così di portare l’osservatore in quel luogo così lontano, etereo e malinconico. A volte qualcuno si ritrova immerso nella mia storia e riesce a incontrarsi all’interno.

Cosa ti affascina della pittura? Perché e che senso ha fare pittura oggi per te?

La pittura è la parte più intima e profonda che un Artista può condividere con il pubblico. Fare pittura quindi per me vuol dire semplicemente scrivere la propria vita: comprare una tela significa comprare un pezzo di vita di un Artista, il suo ricordo, le sue sensazioni, la sua emotività, il suo carattere ma anche i suoi studi, la sua ricerca e il suo percorso sia artistico che umano.

Cameo 3
Cameo 3 di Pietro Tagliabue
https://lookingforart.it/prodotto/cameo-2/

Intervista ad Anna Vassena

Scritto da Federico Guido

Puoi trovare le Opere di Anna qui:
https://lookingforart.it/artista/anna-vassena/

Come e quando nasce la tua passione per l’arte?

La mia passione per l’arte è nata praticamente con me. Fin da bambina disegnavo, dipingevo, coloravo su qualunque cosa avessi sottomano. Ho sempre osservato tutto ciò che mi circonda, meravigliandomi tanto delle grandi quanto delle piccole bellezze o stranezze che il mondo ci offre. Non mi sono però mai limitata esclusivamente ad osservare: mi sono sempre fatta catturare infatti da un’immagine o una scena permettendo che questa si fissasse nella mia mente e mi portasse, a volte anche per giorni, a pensare alla sua origine, ai suoi effetti, al suo modo d’essere.

Una notevole influenza in questo approccio l’ha avuta mia nonna. Con lei ho passato la maggior parte della mia infanzia ed è stata lei che mi ha indotto a spingere lo sguardo oltre la superficie, alimentando (forse un po’ troppo) la mia fantasia e la mia voglia di mostrare agli altri ciò che vedevo attraverso il colore e la materia.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Non saprei indicare quali figure nel mondo artistico abbiano influenzato il mio percorso in modo specifico. Come accennato prima, qualunque cosa io veda, legga o senta, cerco sempre di imprimerlo nella mia mente per poi farlo diventare parte di uno scrigno da cui attingere in fase di creazione.

Desertica di Anna Vassena
Desertica di Anna Vassena

Come nascono le tue opere? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

Le mie opere non hanno un modo di nascere prestabilito. Alcune nascono da riflessioni elaborate a lungo, nate da letture di testi vari o notizie che sento. Altre vengono da sentimenti che provo in un determinato momento o da stati d’animo molto forti che ho bisogno di comunicare all’esterno.

Lo stesso accade con il titolo: a volte penso prima al titolo (o meglio, al concetto) e poi cerco il modo migliore per rappresentarlo; altre volte, invece, concludo l’opera e poi, come si fa con un bambino appena nato, le attribuisco il nome che più sento calzarle a pennello.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso le tue opere? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Nelle mie opere più recenti tratto il tema della maschera, quella che mettiamo davanti agli altri e davanti a noi stessi per sentirci accettati, nasconderci o proteggerci. Come i lavori precedenti, anche questi ultimi affrontano un argomento delicato come la natura umana. Proprio partendo dalla personale e curiosa osservazione di tutto ciò che ci circonda, sono arrivata a credere infatti che ogni essere umano sia un libro da scoprire e che abbia sempre qualcosa di nuovo e meraviglioso da raccontare. Questo spiega, ad esempio, l’utilizzo del collage (composto da pezzi di testi ritrovati nei mercatini o nelle cantine) per fare da sfondo al soggetto figurativo nei miei quadri.

VitaMina di Anna Vassena
VitaMina di Anna Vassena

Cosa ti affascina della pittura? Perché e che senso ha fare pittura oggi per te?

Della pittura mi affascina la sua capacità di assorbire completamente anima e corpo. È una sorta di portale d’accesso a un universo parallelo dove non esiste più la realtà che ti circonda, con i suoi problemi e le ansie che ne derivano. Nella pittura la persona quindi si annulla ed esiste solo colore, materia, creatività e vita.

Proprio per questo motivo fare pittura oggi ha senso più che mai. In un mondo frenetico, creatore di problemi, ansie e paure, quest’arte rappresenta un modo per evadere, accedere a un’altra dimensione e tornare con un messaggio chiaro in grado di denunciare lucidamente la complessità in cui viviamo. Solo così si può comunicare un qualcosa di realmente forte e sperare che, allo stesso modo, gli altri comprendano ciò che tu provi mentre realizzi un’opera.

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Le persone che lavorano dentro LFA sono davvero splendide. Grazie a loro ho potuto conoscere giovani come me che credono nell’arte e nella sua forza, che danno sempre il massimo e amano quello che fanno.

Aria, Aria, Aria! di Anna Vassena
Aria, Aria, Aria! di Anna Vassena

Intervista a Martina Zanni

Scritto da Federico Guido

Qui puoi trovare tutte le Opere di Martina:
https://lookingforart.it/artista/martina-zanni/

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia?

Credo di aver sempre avuto una vocazione per la fotografia: da piccola infatti, come mi hanno raccontato i miei genitori, appena possibile cercavo di mettere le mani sulla macchina fotografica e fare fotografie a qualsiasi cosa. Nonostante questo, in seguito ho fatto altre scelte a livello scolastico e solo in un secondo momento, dopo essermi resa conto di aver preso delle decisioni sbagliate, ho studiato arti visive approfondendo la mia passione per la fotografia.

Quali figure, dentro e fuori il mondo artistico, hanno influenzato maggiormente il tuo percorso fino ad oggi?

Essendo precedentemente impegnata in ambito contabile e avendo iniziato a frequentare il mondo dell’arte solo durante l’università, purtroppo non ho mai avuto delle figure a cui ispirarmi. Tuttavia, durante il mio percorso accademico mi sono avvicinata molto (o almeno ci ho provato) allo stile del mio docente Vincenzo Castella e sono rimasta fortemente colpita dai lavori di Luigi Ghirri.

Dust di Martina Zanni

Come nascono i tuoi scatti? Sono il frutto di lunghe riflessioni o di improvvise illuminazioni? Parti dal titolo o lo attribuisci a lavoro terminato?

I miei scatti nascono essenzialmente dalle passeggiate in bicicletta che faccio nelle campagne circostanti e attraverso questi cerco sempre di raccontare qualcosa. C’è molto studio dietro e questo, ad esempio, lo si può vedere anche da alcuni dei titoli in latino che ho attribuito alle fotografie una volta realizzate.

Che messaggio vuoi veicolare attraverso i tuoi scatti? Tra questi ce n’è uno che tieni a trasmettere in maniera particolare e, se sì, perché?

Non cerco di trasmettere un messaggio in particolare, se lo faccio avviene inconsciamente. Di certo in tutti i miei scatti metto qualcosa di me, del mio modo d’essere e di esprimermi.

Sei Luoghi a Confronto di Martina Zanni

Cosa ti affascina della fotografia? Perché e che senso ha fare fotografia oggi per te?

Uno degli aspetti che, personalmente, trovo più affascinanti della fotografia è la possibilità di trasmettere ciò che vedo in una determinata cosa, dal pezzo di un muro alla casa abbandonata fino a una scena come quella di bambini che corrono in mezzo ad un campo.

Come ti stai trovando con LFA e che ne pensi invece del loro progetto e della volontà di dare spazio a giovani artisti che in altri contesti farebbero fatica a mettersi in evidenza?

Sono molto contenta di esser parte di questo gruppo perché mi fa sentire coinvolta in un progetto che mi dà la possibilità di mettere in evidenza la mia arte e allo stesso tempo entrare in contatto con altre persone.

Lumen di Martina Zanni
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